Il business delle consegne

DOPO IL CICLONE VAIA

Cina e Austria, corsa al legno delle Dolomiti

di Giovanna Mancini


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4' di lettura

E pensare che fino a qualche giorno prima erano loro – gli abitanti/proprietari della Magnifica Comunità di Fiemme – a comperare dagli sloveni (e non solo) il legname da trattare. «Prima», appunto. Prima che il ciclone Vaia lo scorso ottobre si abbattesse sulla valle, come su tutto il Trentino e le altre regioni del Nord-Est, fino alle province di Brescia e Sondrio in Lombardia, abbattendo secondo le stime oltre 8 milioni di metri cubi di alberi in pochi giorni.

Oggi è la Magnifica Comunità – l’ente che gestisce il patrimonio boschivo appartenente agli abitanti della Valle – che vende agli sloveni il proprio legname, così come agli italiani e anche agli austriaci. Perché ora di legname ce n’è persino: circa 400mila metri cubi, «il corrispettivo di sette o otto anni di taglio normale», spiega il dirigente della Comunità, Stefano Cattoi. Troppo per le capacità produttive anche di questa realtà che, con la sua azienda agricola e la segheria in cui lavorano 35 persone, è una delle più strutturate del Nord-Est.

Figuriamoci per le altre: il settore in Italia è formato da una miriade di piccolissime proprietà boschive spesso condivise, frazionate e scarsamente organizzate, e di piccole realtà dedicate alla lavorazione della materia prima. Le segherie, in tutto il Nord-Est, sono poche e poco strutturate, soprattutto se confrontate a quelle dei vicini austriaci: le aziende italiane più grandi lavorano tra i 20mila e i 60mila metri cubi di legno l’anno, mentre quelle austriache viaggiano tra i 500mila e il milione. Ecco perché il ciclone Vaia ha avuto un impatto devastante per le comunità colpite, anche più di quanto un evento del genere – che in Italia non si verificava da almeno da 150 anni – avrebbe potuto avere.

Nell’Europa Centrale, infatti, tempeste violente si verificano in media due volte l’anno, spiega Alessandra Stefani, responsabile della direzione generale Foreste del Mipaaft. «La prima cosa da fare è portare via il maggior numero di tronchi schiantati e l’operazione è ancora in corso. Ma è impossibile pensare di recuperarli tutti – spiega Stefani –. Se guardiamo all’Europa, in media il 40% degli alberi abbattuti dalle tempeste resta a terra». Il governo è intervenuto nell’immediato, disponendo deroghe per gestire l’emergenza e affidando alle Regioni e Province autonome interessate la nomina di commissari e responsabili per farlo. Poco altro, se non qualche intervento di urgenza e lo stanziamento di fondi per tutti i danni causati dal ciclone, non solo quelli ai boschi. Dopodiché ogni territorio ha lavorato a modo suo, anche perché le normative sono differenti e differente è la natura giuridica delle istituzioni stesse, e per lo Stato sarebbe stato difficile, fa notare Stefani, emanare disposizioni erga omnes.

«Ognuno ha fatto il suo pezzettino e, per carità, è stato fatto tanto in questi mesi. Ma è mancata una regia complessiva – osserva con un po’ di amarezza Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, l’associazione che rappresenta la filiera –. Abbiamo sprecato un’occasione non solo per ridurre al minimo l’impatto di Vaia, ma anche per sfruttare al meglio la materia prima resasi disponibile, creando occupazione e sostenendo le nostre aziende nel suo utilizzo». All’indomani del cataclisma Federlegno aveva promulgato un “Decalogo” di azioni da avviare per evitare che il legname abbattuto (dieci volte superiore al quantitativo normalmente gestito dalla filiera) andasse sprecato, venduto sottocosto agli speculatori stranieri o, peggio ancora, rimanesse a terra diventando una bomba ecologica pronta a esplodere, con migliaia di parassiti che proliferano nel legno morto e facilmente potranno attaccare anche le piante sane, rimaste in piedi. «Abbiamo ancora 2-3 mesi di tempo per intervenire, poi il rischio della proliferazione di malattie si farà molto alto», aggiunge Orsini. Che precisa: «Sarebbe servita una task force centrale a supporto delle aziende nella rimozione degli alberi e nello stoccaggio in aree collettive, attraverso un consorzio nazionale sostenuto dalle banche e con la garanzia del governo». La stessa Fla ha stretto con Intesa-Sanpaolo un accordo per aiutare la filiera nel Triveneto con un plafond di 100mila euro.

    Ma le cose sono andate diversamente, il coordinamento centrale non c’è stato e nel frattempo il valore della materia prima è sceso anche se, assicura Stefani, non c’è stato il tracollo temuto. Il Mipaaft ha favorito i contatti tra aziende italiane e cinesi per la vendita di legname a valori accettabili per i proprietari dei boschi. Ma in questi mesi molte segherie dei Paesi confinanti, in particolare quelle austriache, hanno comprato il legno buono a prezzi stracciati, per poi rivendere a prezzo pieno i semilavorati. È quanto raccontano gli imprenditori delle zone colpite: «Fanno il loro lavoro: come biasimarli? – osserva il titolare di un’azienda veneta, che preferisce restare anonimo –. Abbiamo quantitativi di legname che non riusciremo mai a trattare da soli. Piuttosto che rimanga a terra, creando ulteriori danni, meglio che sia venduto ai cinesi o agli austriaci, anche se a prezzi inferiori».

    Qualcuno ha cercato di mettere dei paletti: in Alto-Adige e in Trentino, dove sono più frequenti esperienze di aggregazioni tra imprese, sono stati fatti accordi per calmierare i costi. Altrove, come in Carnia, la maggior parte del legname è stato venduto a segherie italiane, almeno per ora, spiega Gianni De Infanti, titolare con i fratelli dell’omonima azienda di famiglia. «Questo è positivo, anche se resta il fatto che stiamo svendendo a 55-60 euro al metro cubo materiale buono, che fino a un anno fa si vendeva a 80 euro», spiega. Un calo non dissimile riporta Cattoi: «I tronchi tagliati e messi su strada, pronti per essere caricati sui camion, oggi vanno via al massimo a 70-75 euro per metro cubo, contro i 95-100 euro precedenti al ciclone». Va peggio per i tronchi sul letto di caduta, venduti a 15-25 euro contro i 70 euro di un anno fa. Purtroppo, la situazione è destinata a peggiorare, perché il legname a terra andrà deteriorandosi e perciò perdendo in valore. Le aziende fanno il possibile, contando solo sulle proprie forze e risorse: «Siamo arrivati al 30% del lavoro – dice Cattoi – ma è più difficile di quanto pensassimo e credo che ne avremo ancora per altri tre anni».

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