FALCHI & COLOMBE

Cina e mercati: l’incognita si chiama Yi

di Donato Masciandaro


default onloading pic
(Imaginechina)

4' di lettura

Due incognite influenzeranno i rapporti futuri tra la Cina e i mercati mondiali: una è molto manifesta, riguarda gli scambi commerciali, tutti ne parlano e si chiama protezionismo.

L’altra è meno evidente, di natura più istituzionale, riguarda più gli scambi finanziari e il ruolo della moneta cinese, ed è la nomina del nuovo Governatore della Banca centrale cinese (Pbc) Yi Gang. Questa seconda incognita ha un peso che può diventare esponenziale, perché si intreccia con la prima, quando ci si chiede: continuerà la Cina la lunga marcia per far diventare la sua moneta competitiva con il dollaro, in uno scenario in cui le politiche commerciali sembrano entrate in una fase di forte tensione?

La nomina del nuovo Governatore avviene in un momento delicato delle relazioni internazionali, in cui la traiettoria monetaria che la Cina ha scelto negli ultimi due decenni può entrare in forte attrito con quello che sta avvenendo nel disegno degli scambi commerciali.

La Pbc non è una banca centrale indipendente, nel significato che si attribuisce al termine indipendenza nelle economie avanzate. La Pbc è una banca centrale che si caratterizza per il mandato duale di perseguire sia la crescita economica che la stabilità monetaria - in questo è identica alla Fed, la Banca centrale americana - ma soprattutto per essere in tutto e per tutto uno strumento del governo in carica, cioè del Partito comunista cinese. In quanto tale, la Pbc ha intrapreso una lunga marcia nel campo della politica monetaria e finanziaria, che può essere riassunta in una sfida: far diventare la moneta cinese - il renminbi - una cosiddetta moneta di riserva per gli scambi globali.

L’inizio della lunga marcia del renminbi può essere fatta partire nel 2016, quando la Pbc rese pubblico un suo rapporto sulla internazionalizzazione del renminbi. Ma perché la Cina si è posta questo traguardo? In linea generale, per un Paese emettere una moneta di riserva può avere tre ordini di vantaggi. Ci può essere un vantaggio commerciale in senso stretto, in quanto i beni e servizi prodotti dalle imprese di quel Paese - incluse le banche - possono essere avvantaggiate in termini di apertura e penetrazione in mercati esteri. Poi c’è il vantaggio monetario rappresentato dal cosiddetto signoraggio: più una moneta è usata, più lo Stato che la emette ha introiti netti che nascono dal fatto che di norma il valore dei beni che si possono acquistare con la moneta emessa è di molto maggiore dei costi della produzione di detta moneta. E infine - e forse soprattutto - ci sono i vantaggi politici che l’emissione di una moneta di riserva conferisce, in termini di status di potenza mondiale.

In realtà, ciascuno dei tre potenziali vantaggi ha il suo rovescio della medaglia, riassumibili in due vincoli: non poter manovrare il cambio; non poter imporre controlli sui capitali. Sono proprio questi due vincoli che possono spiegare il perché la lunga marcia della Cina verso un renminbi internazionale sia stata tutt’altro che lineare, nonché ricca di frenate.

Ma oggi quanto è influente il renminbi? La risposta è molto difficile, soprattutto sul piano empirico. Utilizzando un recente indicatore che misura il grado di influenza delle diverse monete di riserva sul Pil mondiale nel periodo 2011-2015 produce due risultati; dal punto di vista qualitativo, il renminbi ha una sfera di influenza geograficamente limitata alla zona dell’Asia; da un punto di vista quantitativo, poiché la crescita asiatica in questi anni è stata notevole, il renminbi appare una moneta di riserva rilevante, visto che la sua influenza sul Pil mondiale è pari al 30%, superata solo da quella del dollaro (40%), ma maggiore di quella dell’euro (20%), per non parlare della sterlina (3%) e dello yen (5%). Dati da usare con prudenza, ma che fanno riflettere. La marcia del renminbi è ancora lunga, ma non è agli inizi.

Cosa farà Yi Gang, eseguendo la strategia del governo cinese? Continuare la lunga marcia significa proseguire un percorso che prevede una integrazione internazionale sempre più forte del sistema bancario e finanziario cinese. Ma conseguenza ultima dovrebbe essere l’abbandono – credibilmente irreversibile – dell’arma dei controlli dei movimenti di capitale. In questi anni il sistema finanziario cinese ha assunto una fisionomia che ricorda quello del sistema americano prima del fallimento di Lehman Brothers: grande, complesso, opaco. Una potenziale bolla che il governo cinese sta tentando di sgonfiare anche grazie ai controlli sui capitali. Può la Cina permettersi di rinunciare a essi? E inoltre: l’integrazione implica l’adozione – anche questa credibilmente stabile – di un sistema dei cambi flessibile. È anche questo verosimile? Ma soprattutto: come si concilia il proseguimento della lunga marcia del renminbi – cioè la rinuncia a due armi di politica economica come quella dei controlli finanziari e del cambio – in un momento in cui le tensioni sul versante delle cosiddette guerre protezionistiche sembrerebbe spingere nella direzione opposta? Grande è l’incertezza macroeconomica sotto il cielo, forse direbbe il Grande Timoniere. Avrebbe ragione.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti