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Cina, Evergrande e rivolta «zero Covid»: torna il fantasma di Tienanmen

Arresti nei luoghi delle manifestazioni del weekend contro la politica anti contagio del Governo. Momento molto difficile per Xi e l’economia del Paese

di Rita Fatiguso

Cina, ancora arresti per le proteste anti-restrizioni Covid

3' di lettura

Le autorità stanno reagendo prontamente a quella che chiamano già la rivoluzione dei cartelli bianchi, dei fogli immacolati branditi in segno di protesta dagli studenti della prestigiosa Tsingua di Pechino e dell’università delle Comunicazioni di Nanchino. Spuntano i raffronti con i fatti di Tienanmen dell’89, rispunta il più fresco ricordo della lunga guerriglia nelle strade di Hong Kong. Ma la Cina è un Paese sterminato, complesso da gestire, una realtà che ha raggiunto vette di benessere impensabili quarant’anni fa, insofferente a limitazioni senza scadenza come quelle anti-Covid.

Urumqi, capitale della provincia dello Xinjiang

La scintilla dall’Occidente

Nell’era della pandemìa è proprio la politica zero-Covid, in atto da tre anni e protratta a tempo indeterminato davanti ai 4mila nuovi casi in un sol giorno nella capitale e i 40mila nel Paese, ad aver innescato nel weekend proteste nel bel mezzo del dilagante contagio. Quella del weekend è la reazione popolare più diffusa dell’ultimo decennio in un contesto in cui anche il 65% del totale della produzione industriale soffre per le quarantene tra mille difficoltà burocratiche per contenere i focolai del Covid-19.

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La scintilla è stata un incendio mortale in un appartamento di Urumqi, capitale della regione autonoma uigura dello Xinjiang nella Cina Nordoccidentale, con una decina di morti forse a causa della difficoltà dei soccorsi ostacolati dalle norme anti-Covid. A Shanghai il primo assembramento proprio in Urumqui street, sede di una vibrante comunità uigura, per piangere i morti nell’incendio e, in certi casi, chiedere democrazia e stato di diritto.

Mentre la calma tornava nello Xinjiang, da Shanghai le proteste si spostavano a Pechino, Chengdu, Wuhan e Guangzhou, con scontri con la polizia mentre la folla scendeva in piazza.

A Shanghai, metropoli rimasta in primavera in una quarantena lunga due mesi, centinaia di persone hanno cantato «Dimettiti, Xi Jinping! Dimettiti, Partito Comunista!», in uno spettacolo di sfida senza precedenti contro la rigorosa e sempre più costosa politica anti-Covid del paese.

Shangha, teatro delle proteste

I problemi della burocrazia

In Cina la strategia zero-Covid è oggi l’unica arma per combattere il virus, la popolazione non è immunizzata, i vaccini locali non hanno la stessa carica antivirale di quelli occidentali e la pazienza del pubblico viene messa a dura prova da normative complesse e spesso in contraddizione tra di loro.

Il sostegno e la collaborazione sono indispensabili per la prevenzione e il controllo dell’epidemia ed è più importante ascoltare le voci della gente per porre fine all’aumento del numero di casi. Molte città in Cina, tra cui Pechino, la provincia dell’Henan nella Cina centrale e la regione autonoma della Mongolia interna della Cina settentrionale stanno sperimentando l’autotest dell’acido nucleico, con il campionamento effettuato da individui, con funzionari sanitari responsabili della raccolta dei campioni. Troppo poco per arginare il fenomeno dilagante. Si calcola però che se oggi la Cina abbandonasse la politica zero-Covid 19 ci sarebbero 363 milioni di infezioni, 5,8 milioni di cinesi finirebbero in pronto soccorso e come conseguenza avremmo almeno 620mila morti.

L’incertezza per l’economia

I mercati non amano le proteste, un fattore molto difficile da inquadrare economicamente nelle sue possibili conseguenze e, quindi, nonostante le misure di taglio delle riserve bancarie adottate venerdì e la notizia che Evergrande, il colosso dell’immobiliare gravato da 300 miliardi di dollari di debito, a dicembre presenterà un piano di ristrutturazione finanziato anche dal patrimonio personale del fondatore, l’azionario è crollato e il dollaro è schizzato a causa delle notizie dei disordini scoppiati contro la politica anti-Covid. A nulla è valso anche l’avvio di 140 miliardi di dollari di linee di credito da parte delle principali sei banche commerciali in favore delle società immobiliari in crisi.

Le azioni Alibaba e JD.com a Hong Kong hanno perso quota, anche perchè si è diffusa la notizia che il Governo ha comminato un’altra maxi-multa alla società fondata da Jack Ma. Le proteste colpiscono così gran parte della capacità economica del Paese e gli investitori iniziano a non rischiare più davanti a sessioni così negative. Anche lo yuan, cruciale per l’import-export cinese, ha pagato lo scotto dei disordini continuando la discesa.

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