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Cina e Russia «scaricano» il dollaro: accumulano oro e vendono Treasuries

In meno di un anno la banca centrale cinese ha acquistato oltre cento tonnellate di lingotti. Gli asset denominati in dollari intanto scendono, in modo graduale ma inesorabile. È invece la Russia ad accelerare le vendite di Treasuries americani: nel giro di appena 4 mesi, tra marzo e luglio, ne ha liquidati per quasi 90 miliardi di dollari

di Sissi Bellomo


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(Marka)

2' di lettura

Più di cento tonnellate d’oro in meno di un anno. Mentre con gli Stati Uniti continua il braccio di ferro sui dazi, la Cina non smette di accumulare lingotti a scapito del dollaro. Una tendenza che si osserva in modo ancora più accentuato in Russia, dove non solo la banca centrale sta incrementando il peso delle riserve auree, ma anche le transazioni commerciali si stanno spostando verso valute diverse dal biglietto verde.

Il gigante petrolifero Rosneft dal mese scorso ha scelto l’euro come valuta di riferimento per i contratti di fornitura ai clienti: una mossa che esclude la divisa americana da transazioni per oltre 50 miliardi di dollari l’anno, solo con riferimento alle vendite di petrolio (Rosneft esporta 2,4 milioni di barili di greggio al giorno) .

In Cina la banca centrale ha aumentato le riserve auree anche ad agosto, per il decimo mese consecutivo, con l’acquisto di 5,9 tonnellate di metallo. Da dicembre – quando Pechino, dopo una lunga pausa, ha ripreso ad accumulare oro – nei forzieri della People’s Bank of China sono entrate ben 105,7 tonnellate di lingotti, che corrisponde a un incremento del 5,8% delle riserve auree. Queste ultime in totale ammontano ora a 1.942,4 tonnellate (ossia 62,64 milioni di once).

Il gigante asiatico sta contribuendo alla de-dollarizzazione anche attraverso la vendita di titoli di Stato americani. Sia pure in modo finora molto graduale, lo stock di debito Usa in mano alla Cina continua a calare, tanto che dal mese di giugno il primato mondiale per possesso di Treasuries (al di fuori degli stessi Stati Uniti) è passato al Giappone.

Gli ultimi dati resi disponibili dal dipartimento del Tesoro Usa mostrano che a luglio la Cina custodiva Treasuries per 1.110 miliardi di dollari, il minimo da aprile 2017.

Le riserve della banca centrale cinese a settembre ammontavano in tutto a 3.092 miliardi di dollari, secondo dati diffusi domenica (-14,8 miliardi rispetto a settembre). L’oro conta per circa il 3%.

Mancano dati precisi sull’attuale valore di tutti gli asset denominati in dollari custoditi da Pechino. Le autorità cinesi poco tempo fa avevano rivelato che il loro peso sul totale delle riserve della banca centrale era crollato dal 79% nel 2005 al 58% a fine 2014. Da allora si presume che la quota sia scesa ulteriormente.

La Russia, minacciata da crescenti sanzioni Usa, è stata ben più drastica nel processo di de-dollarizzazione: la banca centrale nel 2018 ha ridotto le riserve in dollari da circa la metà del totale al 22%, convertendole in yuan, euro o yen (oltre che in oro). E quest’anno ha addirittura accelerato il processo.

Secondo il dipartimento del Tesoro Usa, nel giro di soli quattro mesi – tra marzo e luglio di quest’anno – Mosca ha liquidato Treasuries per quasi 90 miliardi di dollari, riducendone il possesso di oltre il 90% ad appena 8,5 miliardi di dollari.

Le riserve auree russe hanno invece raggiunto 2.230,4 tonnellate, per un un valore di 109,5 miliardi di dollari a settembre (oltre un quinto del valore totale delle riserve della banca centrale) e sono oggi le quarte al mondo.

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