Interventi

Cina e Russia, la partita africana decisiva per lo scenario futuro

di Adriana Castagnoli

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4' di lettura

Gli interessi della Cina in Africa sono enormi ma il giudizio sulla sua presenza è controverso. Alcuni accusano Pechino di pratiche neocoloniali e di attuare una diplomazia della “trappola del debito”; altri sono soddisfatti di tutte le infrastrutture realizzate in quanto benefici netti per il Continente. Il modello cinese di egemonia tramite cooperazione, in certe narrazioni dell’establishment, rivela il substrato di dottrina confuciana secondo cui il rango internazionale di uno Stato si fonda sull’equilibrio fra self-interest e “riguardo” per gli altri governi con relazioni di amicizia.

Gli aiuti di Pechino all’Africa iniziarono fra il 1955 e il 1963 quando si fece più aspra la contrapposizione con il “revisionismo” di Mosca. Si trattava per lo più di interventi di carattere militare e umanitario che si trasformarono, poi, in aiuti allo sviluppo dei paesi comunisti in lotta contro colonialismo e imperialismo. Nel 1971 una risoluzione dell’Onu riconobbe la Repubblica popolare come unico rappresentante della Cina, declassando Taiwan. Mao Zedong diede atto per primo agli «amici africani» di aver riportato la Cina all’Onu. Pechino aumentò progressivamente le risorse destinate all’Africa superando l’Unione Sovietica con progetti, tecnologie, know-how e beni che avrebbero dovuto sostenere le nazioni africane.

Nel 2000 fu lanciato il Forum on China-Africa Cooperation che ampliò enormemente i rapporti sino-africani. Il commercio bilaterale era allora di circa $10 miliardi, ma nel 2018 esplose a $200 miliardi (dati UN, Com-trade). Le banche di sviluppo estesero i prestiti a governi e aziende di proprietà statale. Il risultato fu un fiorire di costruzioni di strade, di porti e aeroporti in un Continente che ne aveva estremo bisogno. In pochi anni gli equilibri precedenti e il sistema degli scambi vennero stravolti. Nel 2006 i principali partner commerciali dell’Africa erano Usa, Cina e Francia; nel 2018 la Cina deteneva ormai il primato da tempo, seguita da India e Stati Uniti, mentre la Francia arretrava settima. La Belt&Road Initiative, l’ambizioso progetto intercontinentale lanciato da Pechino nel 2013, è stato dettato da motivazioni economiche altrettanto che geopolitiche e militari per connettere Asia, Europa e Africa: «La connettività delle infrastrutture - ha affermato il presidente Xi Jinping - è il fondamento dello sviluppo attraverso la cooperazione». Perciò la BRI è popolare nei paesi in via di sviluppo e, ad aprile, vi avevano aderito già 37 Stati africani oltre che l’Unione africana.

Il Politburo cinese ritiene che la democrazia sia un’idea occidentale, anche se le autorità di Pechino dichiarano di non porre condizioni politiche agli aiuti e ai prestiti esteri. La strategia di espansione regionale del Dragone si basa, più che sugli investimenti esteri diretti, sul finanziamento di progetti e di attività che ne promuovano l’export. La ratio del “lending not investing” è correggere i due principali squilibri che condizionano la politica economica cinese: l’eccesso di capacità produttiva nel comparto industriale e la politica espansiva del credito che paventa l’esaurirsi delle riserve valutarie. Infatti, Pechino finanzia innanzitutto i paesi con entrate in valuta pregiata, cruciale per ripagare i debiti contratti dai diversi governi. Risorse minerarie, turismo, agricoltura sono altrettanto utili in Angola, Zambia, Kenya ed Etiopia, nazione a rapida crescita di cui il Dragone sovvenziona i settori produttivi a più alta intensità di capitale. Per quanto la Cina detenga solo un quinto del debito africano, ha convertito i suoi prestiti in rilevante influenza politica. Così a Gibuti il controllo del porto, il più moderno del Continente, ha consentito a Pechino di costruire anche un’importante base logistico-militare, la prima cinese in Africa, a poche miglia da quella americana.

Anche la Russia mira a estendere la sua influenza nel Corno d’Africa con una piattaforma logistico-navale in Eritrea. Da sud del Sahara fino a nord del Maghreb Vladimir Putin vuole che il suo Paese giochi un ruolo di leadership come negli anni della Guerra Fredda, quando erano stretti i rapporti che legavano l’Africa in via di decolonizzazione all’Urss comunista. Il primo Summit Russia-Africa, lanciato da Putin nel 2018 e che si è svolto a ottobre a Sochi, è stato funzionale a creare alleanze di scopo per il controllo delle ricche risorse del Continente in uno scenario internazionale di confronto post-ideologico fra potenze.

Il Cremlino usa i legami militari e commerciali per reinserirsi come mediatore geopolitico. Le vendite di armi al Continente equivalgono a circa 1/3 dell’export militare di Mosca. Grazie alla guerra in Siria, secondo Stockholm International Peace Research Institute, Mosca è divenuto il primo fornitore di armi del Continente.

Servizi di sicurezza e d’intelligence sono altrettanti mezzi con cui il Cremlino cerca di estendere il suo potere in Africa. Negli ultimi quattro anni Mosca ha sottoscritto molteplici accordi di cooperazione militare, fra gli altri, con Egitto, Burkina Faso, Repubblica democratica del Congo, Sudan, Mali. Un memorandum è stato firmato inoltre con la Southern African Development Community, rappresentante 16 paesi. In Africa opera da tempo anche il Wagner Group, una compagnia paramilitare russa già apparsa in Ucraina e in Siria che, pur essendo ufficialmente scollegata dal Cremlino, agisce in difesa di interessi commerciali russi ai quattro angoli del globo. In Sudan, Libia, RDC, Angola, Madagascar, Mozambico, Zimbabwe, Guinea e Guinea-Bissau i suoi uomini offrono servizi di sicurezza in cambio di risorse minerarie e di concessioni diverse.

La Russia, pur mirando alla leadership militare, resta per ora un attore di peso economico secondario in Africa. I suoi commerci (circa $20 miliardi all’anno) sono un decimo di quelli cinesi e si basano per lo più sull’export di armi e di grano. Invece Pechino ha mostrato tutta la sua potenza finanziaria, l’anno scorso, offrendo $60 miliardi agli Stati africani per sostenerne gli scambi. Ma Mosca ha giganti industriali in settori come petrolio, diamanti, alluminio, nucleare e fertilizzanti che possono ancora essere usati per conquistare nuovi mercati.

L’influenza americana in Africa si è molto offuscata con Obama e Trump. Il ritiro degli Usa ha lasciato vuoti che Mosca è stata pronta a riempire, mentre assertivi regimi autoritari sono entrati nella breccia aperta da Pechino nel Corno d’Africa. Nuovi competitori nel rango di potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar cercano il dominio esportando le loro rivalità dal Medio Oriente in territori che ne hanno in abbondanza di loro, ansiosi di crearsi un punto d’appoggio in questa regione, nevralgica per i grandi traffici mondiali.

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