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Cina, fabbrica di iPhone in lockdown fino al 9 novembre

Xi va avanti con la disciplina Zero Covid, ma l’economia aspetta con ansia un rilassamento delle regole anche per gli arrivi dall’estero

di Rita Fatiguso

Cina: fabbrica in quarantena Covid, gli operai scappano a piedi

2' di lettura

Si allarga la quarantena di Zhengzhou, nel cuore del Paese, sede della mega fabbrica di iPhone della taiwanese Foxconn. Durerà fino a 9 novembre. Il focolaio di Covid-19 scoppiato due giorni fa aveva fatto scappare gli operai per strada, in preda al panico. La produzione, già penalizzata dalla penuria di chip, rallenta il passo. In definitiva, la Cina fa difficoltà a tenere sotto controllo la pandemìa vincolandola al dogma dello Zero-Covid-19, asse portante della leadership uscita vincitrice dal nuovo Congresso.

L’attesa di regole meno vincolanti

Davanti alle restrizioni più che ai contagi l’economia cinese è in fermento, chiede e si aspetta un rilassamento delle regole della quarantena stretta, e riaperture sul versante degli arrivi dall’estero, ormai ridotti al contagocce. Una sorta di tam tam sulla formula «tre giorni in albergo, due a casa all’arrivo» si è diffuso in maniera generalizzata tra i social media cinesi e nelle comunità all’estero che chiedono una svolta per sbloccare l’impasse che dura da mesi. Le borse cinesi a inizio settimana hanno guadagnato un robusto 6% dopo una settimana di vendite a raffica con gli indici ai minimi da tre anni e mezzo proprio sulle voci di riapertura dei confini post-Covid con un Comitato istituito ad hoc per la riapertura dei confini a marzo 2023.

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La smentita degli Esteri

Il ministero degli Esteri è stato costretto a smentire la notizia proprio mentre il portavoce Zhao Lijian annunciava l’arrivo il prossimo 4 novembre del primo leader straniero europeo post Covid, Olaf Scholz, su invito del premier uscente Li Keqiang, grande sodale dell’ex cancelliera Angela Merkel.

Sembrava anche possibile un atteggiamento cinese meno draconiano dopo le parole rivolte dal ministro Wang Yi a Antony Blinken («Gli Usa devono smettere di frenare lo sviluppo della Cina attraverso esportazioni e investimenti e smettere di indossare occhiali colorati per fare ipotesi soggettive, per non parlare del lasciare che il pregiudizio ideologico offuschi la vista»). Evidentemente riaprire pienamente gli scambi bilaterali è impossibile se le frontiere restano chiuse.

L’esempio di Hong Kong

Eppure l’esempio di Hong Kong è ben chiaro. L’ex colonia britannica passata alla Cina 25 anni fa, dopo aver affrontato mille difficoltà nella gestione della pandemìa (ha una popolazione di appena otto milioni di abitanti), lo scorso 23 settembre ha annunciato il superamento della quarantena obbligatoria per chi entra dall’estero o da Taiwan a partire dal 26 settembre. La svolta sta funzionando e il traffico aereo è ripartito alla grande.

Per la Cina continentale le richieste diventano sempre più pressanti. Network particolarmente penalizzati come quelli del food & beverage, nonché le stesse compagnie aeree, restano in prima fila per ottenere una deroga allo Zero-Covid 19. Ma le istanze politiche rischiano di prevalere, almeno nel breve termine.

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