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Cina, la grande fuga delle multinazionali dai dazi americani

dal nostro corrispondente Riccardo Barlaam


Dazi, lettera di Nike e Adidas a Trump: ci ripensi

4' di lettura

La pace commerciale tra Cina e Stati Uniti non sembra tanto preoccupare il presidente Donald Trump. Nei suoi comizi continua a utilizzare come cavallo di battaglia l’argomento dei «miliardi e miliardi di dollari» che sarebbero entrati grazie ai dazi nelle casse americane. Le cose non stanno esattamente così, dati alla mano. Tuttavia è indubbio che il prolungamento della guerra sui dazi comincia a far sentire i suoi effetti soprattutto in Cina.

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Gli ultimi dati pubblicati sulla crescita economica cinese nel secondo trimestre dell’anno parlano di un rallentamento al 6,2%, il tasso più basso di crescita del Pil per la Cina da 27 anni. Il governo sta facendo di tutto per stimolare gli investimenti stranieri, l’occupazione e lo sviluppo delle sue aziende.

Nell’intercertezza generale che caratterizza i rapporti attuali tra le due prime potenze mondiali è cominciata una vera e propria fuga delle multinazionali dalla Cina. Società americane, europee, giapponesi e anche cinesi hanno mutato i loro piani di investimento e scelto di spostare i loro stabilimenti produttivi altrove per evitare il rischio dazi.

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Le multinazionali che hanno già deciso di lasciare la Cina sono più di cinquanta, secondo un report Nikkei appena pubblicato. L’elenco è lungo. Apple, una delle società simbolo americane, ha cominciato a produrre i suoi auricolari wireless AirPods in Vietnam e sta per avviare l’assemblaggio degli ultimi modelli di iPhone in India.

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Ha scelto il Vietnam per produrre i notebook destinati al mercato americano la giapponese Sharp, attraverso la controllata Dynabook. I colossi Usa HP e Dell stanno valutando di spostare oltre il 30% della loro produzione di notebook dalla Cina al Vietnam o alle Filippine. Nintendo, altro colosso giapponese, ha spostato in Vietnam parte della produzione della console Nintendo Switch. Kyocera guarda sempre al Vietnam per le sue stampanti prodotte in Cina. Il Vietnam è favorito rispetto ad altri paesi, oltreché per il basso costo del lavoro, per i vantaggi logistici dati dalla vicinanza con la Cina.

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Le scarpe sportive prodotte a basso costo in Cina, prese per anni a esempio come uno degli effetti negativi della globalizzazione, sono un altro dei prodotti delocalizzati in Vietnam.

Oltre all’elettronica di consumo, ci sono anche i produttori di sneaker, le scarpe sportive che si spostano dalla Cina. Sulle scarpe sportive ora c’è sempre più spesso la targhetta Made in Vietnam. Nike e Adidas hanno spostato nel paese larga parte della produzione, già prima della guerra dei dazi perché produrre in Vietnam costa meno.

Hanno seguito l’esempio di Nike e Adidas la giapponese Asics e dall’americana Brooks, società quest’ultima controllata dal fondo del miliardario Warren Buffett che ha molti investimenti in Cina anche nell’auto elettrica e che è danneggiato come tante aziende americane dai muri protezionistici imposti dell’amministrazione Trump.

Altre major dell’elettronica si sono spostate addirittura dalla Cina al Messico per le produzioni destinate al mercato Usa, favorite dal nuovo accordo commerciale appena raggiunto. L’americana GoPro ha riportato in Messico gli stabilimenti per le sue telecamere portatili, così come le giapponesi Funai e Panasonic che hanno scelto il paese centramericano per le tv Lcd, i dispositivi audio e la componentistica auto.

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Un’altra conseguenza della trade war è che nelle metropoli cinesi è aumentata in maniera evidente la percentuale di uffici che non vengono occupati. A Shenzen, la capitale tecnologica cinese, alla fine di giugno è stata raggiunta la percentuale record di uffici sfitti, arrivata al 16,6%. Equivalenti a una superficie di 1,8 milioni di metri quadri: pari a 10 grattacieli. A Pechino gli uffici sfitti sono saliti a una percentuale dell’11,5%. A Shanghai addirittura il tasso di uffici sfitti è salito al 18%, ai massimi da dieci anni.

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Le esportazioni cinesi negli Stati Uniti nei primi cinque mesi dell’anno sono diminuite del 12% in valore, rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Mentre le esportazioni da India, Vietnam e Taiwan verso gli Usa hanno registrato una crescita percentuale a doppia cifra.

I dazi hanno causato una diminuzione media dei prezzi delle esportazioni cinesi del 6% come rivelano i dati dell’Ufficio statistico del Dipartimento del Lavoro. Ma i miliardi di dollari nelle casse americane per i dazi non arrivano dalla Cina perché, come hanno ricordato gli economisti Benn Steil e Benjamin della Rocca, e come ha ammesso di recente lo stesso consigliere della Casa Bianca Peter Navarro, i dazi sono pagati dagli importatori – le aziende americane e non dagli esportatori.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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