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Cina-India, cosa c’è dietro la retorica del vertice tra Xi e Modi

Fra venerdì e sabato, per poco più di 24 ore il premier indiano Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati a Mamallapuram. Affrontando due temi: commercio e terrorismo. Con i toni di Usa e Urss ai tempi della Guerra Fredda

di Ugo Tramballi


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Il vertice di Mamallapuram tra India e Cina (Reuters)

3' di lettura

Quando i leader di due miliardi e 600 milioni di abitanti della Terra s’incontrano, anche solo per un «summit informale», bisogna prestare ascolto: insieme, cinesi e indiani sono il 35% della popolazione mondiale. Secondo le statistiche economiche e le previsioni degli esperti, saranno loro i protagonisti del «Secolo asiatico»: il futuro è più nelle loro mani che nelle nostre.

Un luogo non casuale
Fra venerdì e sabato, per poco più di 24 ore il premier indiano Narendra Modi e il presidente cinese Xi Jinping si sono incontrati a Mamallapuram, un sito storico a una cinquantina di chilometri da Chennai, nello stato indiano meridionale del Tamil Nadu. Il luogo non è casuale. I templi che adornano Mamallapuram sono dell’epoca Pallava, fra il IV e il IX secolo dC. Già allora i mercanti Pallava avevano rapporti economici col Fujan, la provincia dove Xi è stato governatore dal 1999 al 2002. Tout se tient.

«Agree to disagree» all’asiatica
L’obiettivo è rafforzare con qualsiasi mezzo la qualità dei rapporti. Questo in India è stato solo il secondo «summit informale» fra Modi e Xi. Il primo si era svolto nell’aprile del 2018 a Wuhan. Ma da allora a oggi, fra vertici a due, regionali e globali, i due leader si sono incontrati sei volte. Anche a Mamallapuram si è voluto sottolineare che i protagonisti del nuovo secolo renderanno naturali, semplici e senza retorica i loro incontri e dunque le loro decisioni comuni. Il pilastro dei nuovi rapporti è il capoverso più importante del testo ufficiale che aveva chiuso il primo vertice di Wuhan: «I due paesi hanno la maturità e la saggezza per gestire tutte le differenze attraverso la discussione pacifica nel contesto di questa relazione, tenendo a mente che l’uno rispetterà le sensibilità, le preoccupazioni e le aspirazioni dell’altro». Non si tratta di una grande novità: è la versione asiatica dell’«Agree to disagree», la formula che Ronald Reagan e Mukhail Gorbaciov avevano trovato per accettare le loro differenze ideologiche e trattare su tutto il resto.

Il nuovo telefono rosso
Alla fine di questo secondo vertice i portavoce dei due leader hanno ribadito il senso del primo incontro di Wuhan: «Nuova era», «Nuovo inizio», «Gestiremo le differenze con prudenza e non permetteremo che diventino dispute». I diplomatici che hanno seguito il vertice di Mamallapuram sottolineano come Modi e Xi vogliono continuare a consultarsi regolarmente, «quasi una routine», senza necessariamente mobilitare la burocrazia diplomatica dei summit formali e paludati. Essendo le due potenze asiatiche anche potenze nucleari, la consultazione continua è una versione locale del «Telefono rosso» che, da John Kennedy e Nikita Kruscev in poi, i presidenti Usa e i segretari generali del Pcus usavano per evitare malintesi pericolosi.

Tra commercio e terrorismo
Il portavoce indiano ha spiegato che i due temi principali affrontati da Modi e Xi a Mamallapuram sono stati «commercio e terrorismo». Difficile immaginare qualcosa di più adatto per mettere alla prova il nuovo clima d’intesa e comprensione. L’anno scorso l’interscambio sino-indiano era di 84,5 miliardi di dollari ma di questi 62,8 sono i miliardi dell’export cinese in India. Anche a Delhi vorrebbero che il mercato cinese si aprisse con più agilità alle merci e agli investimenti degli altri paesi. Il Pil cinese da 14mila miliardi è quattro volte superiore quello indiano (2,8 trilioni); di quattro volte sono anche superiori le spese per la Difesa. La definizione di terrorismo, data l’agilità con la quale molti leader mondiali, non solo il turco Recep Erdogan, ne fanno uso, ha ampie accezioni. Per i cinesi la minoranza musulmana degli uiguri è sospettata di terrorismo; per il governo indiano lo è la maggioranza musulmana del Kashmir, degradato ad agosto da stato dell’Unione a provincia senza autonomia. Ma, assicurano i portavoce di Narendra Modi, al vertice con Xi di Kashmir non si è parlato. Per Delhi si tratta di «una questione interna dell’India». Una settimana prima del vertice nel Tamil Nadu, però, Xi Jinping ne aveva parlato con Imran Khan, il primo pakistano. Entrambi hanno espresso le stesse preoccupazioni, facendo irritare gli indiani.

La retorica dei due Paesi che cambieranno il mondo
Cosa c’è dunque di nuovo e di diverso in questi vertici asiatici? Gli incontri fra Modi e Xi cosa fanno presagire del nuovo ordine internazionale? «La retorica dei due paesi che cambieranno il mondo ha sempre mascherato i pressanti problemi strutturali che da sempre fanno zoppicare i loro rapporti», risponde Raja Mohan, il massimo esperto indiano di relazioni internazionali, direttore dell’Istituto di studi asiatici dell’Università di Singapore.

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