AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca e sfrutta l'esperienza e la competenza dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni. Scopri di più sanzioni contro una società minore

Cina punita dagli Usa per acquisti di petrolio dall’Iran (ma i big si salvano)

di Sissi Bellomo

Iran, petroliera sequestrata: i militari si calano dall'elicottero sul ponte della nave

3' di lettura

Che Pechino continui a ricevere petrolio dall’Iran non è un segreto. Ma per la prima volta gli Stati Uniti hanno reagito, imponendo sanzioni contro una società cinese, rea di aver «consapevolmente effettuato una significativa transazione» con Teheran per l’acquisto di greggio.

La replica del gigante asiatico è arrivata a stretto giro: Washington ha commesso un atto di «prepotenza», ha affermato il ministero degli Esteri, condannando l’episodio e promettendo azioni per «salvaguardare i diritti legittimi e gli interessi» di imprese e cittadini cinesi.

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La vicenda rischia di avvelenare ulteriormente le relazioni tra i due Paesi, da poco tornati a trattare per un accordo commerciale, ma hanno lasciato indifferente il mercato petrolifero, che ormai sembra anestetizzato anche di fronte ai più pericolosi sviluppi geopolitici in Medio Oriente, come il sequestro della Stena Impero, la petroliera britannica intercettata venerdì dai Pasdaran nello Stretto di Hormuz. Le quotazioni delbarile, deboli per gran parte della seduta, hanno rialzato la testa solo quando è emerso che ci sarà un nuovo incontro Usa-Cina lunedì (il Brent ha chiuso a 63,83$).

L’episodio delle sanzioni ha contorni che fanno riflettere, a maggior ragione alla luce di questo nuovo appuntamento di trattativa sui dazi. Washington non ha colpito i colossi cinesi del petrolio, come Petrochina o Sinopec – che pure sembrano aver platealmente violato l’embargo sul greggio iraniano – bensì Zhuhai Zhenrong, una società di secondo piano contro la quale Washington ha le armi spuntate.

La «punizione» decretata dal dipartimento di Stato è quella classica: Zhuhai Zhenrong viene tagliata fuori dal sistema del dollaro e la sua ceo – una certa Li Youmin, di cui si conosce ben poco – diventa persona non grata negli Usa. Ma né Li né la società di cui è al timone hanno mai operato negli Usa, né risultano relazioni di alun tipo con soggetti americani.

Zhuhai Zhenrong era anzi già finita nella black list di Washington nel 2012, ai tempi della prima tornata di sanzioni contro l’Iran. Ma la misura (che all’epoca godeva di un appoggio internazionale) non era riuscita a interrompere i suoi scambi con Teheran. I pagamenti avvenivano in yuan, oppure in natura, con merci e servizi.

Anche Petrochina, Sinopec e Cnooc, i tre big del petrolio cinese, controllati dallo Stato, possono fare a meno di dollari e intermediari americani. Ma hanno interessi negli Usa che le renderebbero molto più vulnerabili in caso di sanzioni.

La più esposta è Cnooc, che nel 2013 ha rilevato la canadese Nexen, assorbendo attività nel Golfo del Messico e nello shale oil, e che collabora con ExxonMobil e altre major Usa in diversi giacimenti nel mondo.

Cnpc, il gruppo che controlla Petrochina, ha comunque persino una sede a Houston in Texas. E proprio Petrochina ha violato per prima, un mese fa, le sanzioni americane contro Teheran: una sua raffineria (l’impianto Jinxi, vicino al porto di Jinzhou) avrebbe ricevuto un milione di barili di greggio iraniano sbarcato dalla petroliera Salina, che era stata tracciata via satellite da TankerTrackers.

Poco dopo un’altra petroliera, la Horse, sembra aver rifornito di barili iraniani la raffineria Sinopec di Tianjin.

Molti altri carichi starebbero facendo rotta verso la Cina. Secondo l’agenzia Bloomberg ci sono almeno dieci Vlcc (Very Large Crude Carriers) e altre due navi più piccole, tutte di proprietà iraniana, in viaggio verso il Paese asiatico o ferme al largo delle sue coste. «Da mesi forniture di greggio iraniano finiscono nei magazzini doganali cinesi e continueranno a farlo», sostiene Rachel Yew, analista di Fge. L’espediente forse è proprio questo: per sfuggire alle sanzioni Usa, Pechino fa in modo che i carichi non vengano sdoganati.

Nonostante i toni aggressivi contro Teheran, Washington sembra orientata a punire l’acquisto – più che il flusso – di petrolio iraniano. E potrebbe esserci un tacito accordo per cui gli Usa continueranno a tollerare che la Cina riceva forniture come rimborso degli investimenti realizzati nella Repubblica islamica. L’amministrazione Trump, secondo fonti della testata americana Politico, starebbe valutando di concedere esplicitamente questa scappatoia in virtù di una legge dell’epoca di Obama. Anche questa potrebbe essere una pedina di scambio nelle trattative sui dazi.

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