BELT & ROAD INITIATIVE

Cina, la spending review non risparmia i grandi progetti per la Via della Seta

Governo prudente sui piani internazionali di spesa a causa dei problemi interni. La banca di sviluppo Aiib più orientata a finanziare educazione e sanità

di Rita Fatiguso

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(Afp)

3' di lettura

Spending review strisciante per la Belt & Road Initiative, l’ambizioso piano euroasiatico di espansione economica e politica cinese lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping durante una visita di Stato in Kazakhstan.

Formalmente l’impegno di Pechino nei confronti dei settanta Paesi che fanno parte della BRI è stato rafforzato, stando almeno a quanto ha dichiarato lo stesso presidente cinese nel suo discorso al Forum Apec che si è appena concluso in Malesia.

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Sono però le note dolenti dell’economia cinese a far da guastafeste rispetto ai grandi piani già avviati e a quelli in pipeline lungo il percorso della Belt&Road.

La difficile ripartenza dell’economia cinese dopo la pandemìa, la lotta costante ai rischi sistemici finanziari, i fallimenti a catena delle grandi società pubbliche e private incapaci di onorare le scadenze del debito corporate e le incognite degli enti locali autorizzati ad emettere nuovi bond proprio per ripagare i servizi delle aziende indebitate: ebbene, tutti questi elementi raccontano di una spirale del debito che spingerà inevitabilmente la Cina a frenare sul versante Belt & Road Initiative.

Secondo la Banca mondiale 500 miliardi di dollari erano già stati investiti in una cinquantina di Paesi nei primi cinque anni del Piano, di cui circa 300 con fondi statali o garantiti dallo Stato. I progetti e i contratti sottoscritti sono già stati ridimensionati per numero e importo, proprio a causa del coronavirus. Lo stesso MofCom, il ministero del Commercio cinese, ha dichiarato che il numero dei contratti BRI da gennaio a ottobre è calato del 29%, il valore è andato giù del 17,5 per cento.

Nel primo trimestre del 2020 il valore totale dei progetti aveva superato i 4mila miliardi di dollari, per la prima volta. Tecnicamente appartenevano al BRI 1.590 progetti da 1.900 miliardi, altri 1.574 con un valore combinato di 2.100 miliardi prevedevano un coinvolgimento cinese.

In un quadro estremamente volatile, adesso, in cui la Banca centrale qualche giorno fa per la prima volta ha autorizzato il fallimento di Baosheng, una banca regionale privata, le banche cinesi iniziano a camminare con i piedi di piombo.

China Development Bank e Export Import Bank, i due istituti in prima linea sulla BRI – dopo il picco del 2016, avevano già ridotto i prestiti. Ora le due banche si ritrovano a dover sostenere anche la ripresa interna, per questo motivo la diplomazia commerciale e i suoi costi potrebbero diventare davvero eccessivi.

Jin Liqun, il presidente della Asian infrastructure investment bank (Aiib), la banca multilaterale di sviluppo grande alleata della strategia BRI, da tempo aveva sollevato la necessità di innalzare la qualità degli interventi. Commentando poi il varo del progetto di nuovo Piano quinquennale, Jin Liqun ha detto che l’unico ostacolo per la Cina è la gestione del debito locale, se Pechino riuscirà a farcela, a gestire il problema, la ripresa sarà effettiva.

Al tempo stesso ha ricordato che la Banca, ha fatto tutto ciò che poteva per fronteggiare l’emergenza, ma che adesso deve vedersela con un quadro radicalmente diverso. In aprile, l’Aiib ha messo sul piatto 355 milioni di dollari di prestiti soltanto per contrastare il virus a Pechino e Chongqing, una digressione rispetto alla sua mission. In totale, nella lotta alla pandemìa ha stanziato 13 miliardi di dollari a sostegno dei Governi, la metà dei quali già investiti. Anche l’ADB, l’Asian Development Bank basata a Manila ha annunciato, dal canto suo, interventi per 20 miliardi.

Adesso l’Aiib creerà un nuovo dipartimento dedicato alle infrastrutture sì, ma sociali, per il co-finanziamento di progetti nel settore della salute e dell’educazione.

Una bella inversione a U per la Banca multilaterale di sviluppo nata quattro anni fa a tamburo battente con il compito di finanziare progetti di sviluppo nel settore dell’energia, dei trasporti, della gestione delle acque.

Di fatto, la questione del debito diventa cruciale per giustificare ogni mossa fuori dai confini cinesi. Dal 2008, anno della grande crisi finanziaria, il debito cinese aggregato è cresciuto al passo del 20% all’anno. Nel frattempo Pechino in dieci anni ha finanziato Paesi in difficoltà come Argentina, Brasile, Ecuador, Angola, Egitto, Etiopia, Ghana, Kenya, Sud Africa e Zambia per un totale di 47 miliardi di dollari fino al 2025.

Ce la farà a reggere un simile peso ora che è cresciuto a dismisura anche il debito in asset esteri a quota 2,13 trilioni di dollari a giugno (+3,7%)?

Difficile, con queste premesse, credere alle rassicurazioni del vice premier Liu He in base al quale la dual circulation non fermerà la dimensione estera della Cina a discapito di quella interna.

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