Gli impegni della Fase 1

Cina, gli squilibri commerciali con gli Usa restano elevati

Anche in aprile è aumentato il surplus di Pechino nei confronti di Washington. La ripresa globale mantiene alta la domanda americana di prodotti made China

di Rita Fatiguso

Un nuovo boom dell’export. Veduta aerea di un terminal di container al porto fluviale Nantong, sullo Yangtze (Ap)

3' di lettura

Cambiamento climatico, Taiwan, diritti umani. Sono alcuni dei temi che hanno offuscato, finora, il tema principe dell’amministrazione Trump lasciato in eredità al successore, Joe Biden: il commercio con la Cina e i suoi squilibri con gli Usa, una questione non più dilazionabile.

Prima che Liu He, il vicepremier cinese con master in pubblica amministrazione ad Harvard e Katharine Tai, l’avvocato di origine cinese cresciuta a Taiwan, dal 18 marzo trade representative americano, riattivino i negoziati commerciali bilaterali, l’amministrazione Biden chiede, tuttavia, una verifica dei compiti assegnati alla Cina.

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Pur di mettere fine alla guerra dei dazi partita nel 2018, Pechino accettò rigide condizioni tra cui l’acquisto in due anni di 200 miliardi di prodotti americani, ma il mondo è cambiato dagli accordi siglati nel gennaio 2020, in piena pandemìa. Un anno dopo, a fine Fase 1, la Cina ne aveva importati solo due quinti, in agricoltura prodotti del valore di 23,5 miliardi (invece di 36,6), nell’energia appena 9,8 su 25,3 pianificati.

Un anno straordinario, pieno di contraddizioni, il 2020, in cui la Cina è comunque ripartita tanto che i porti di Shanghai hanno raggiunto il top del traffico mondiale con un volume totale di commercio internazionale pari a 8,75 trilioni di yuan.

Sulla protezione della proprietà intellettuale, invece, dal 1° giugno la Cina potrà squadernare la legge più progressiva della sua storia recente, sul fronte della moneta parlerà da solo lo yuan forte, il cui andamento previsto in crescita sarà utile a schivare l’accusa di manipolazione della moneta al ribasso e anche sull’apertura dei mercati finanziari promessa agli americani la Cina vanta parecchi assi nella manica: nonostante la pandemìa, infatti, le riforme non si sono mai fermate.

Il punto dolente tra i due giganti resta lo squilibrio della bilancia commerciale, quella riduzione del trade surplus naufragata anche a causa del Covid-19 e, adesso, per “colpa” della ripresa. Infatti i dati delle dogane cinesi diffusi a ridosso del weekend rivelano che il surplus commerciale in aprile è stato ben più ampio delle stime, spinto proprio dalla domanda americana di beni e servizi.

Un flusso consistente che testimonia la bontà della crescita cinese, anche se con ombre in arrivo a causa dell’inflazione importata, oggi infatti saranno diffusi dall’Istituto nazionale di statistica i dati di aprile, molto temuti dalle autorità di Pechino.

Un circolo vizioso, insomma, tiene insieme Cina e Stati Uniti, molto difficile da spezzare con interventi a tavolino, inseguendo il modello Trump e la sua personale lotta allo squilibrio commerciale con la Cina.

Considerando i primi quattro mesi dell’anno, infatti, l’avanzo si è notevolmente ampliato a 157,91 miliardi di dollari, da 55,65 miliardi registrati nello stesso periodo del 2020: le esportazioni sono aumentate del 44% su base annua a 973,7 miliardi, mentre le importazioni del 31,9% a 815,79 miliardi di dollari.

Ad aprile il surplus è stato di 42,8 miliardi, battendo facilmente le previsioni ferme a 28,1 miliardi di dollari e contro un surplus di 45 miliardi di dollari nello stesso mese dell’anno precedente, a causa di una domanda globale in miglioramento e di prezzi delle materie prime più alti.

Il surplus commerciale di aprile della Cina con gli Stati Uniti è aumentato a 28,11 miliardi di dollari dai 21,37 miliardi di dollari a marzo. Nel frattempo le richieste di Pechino agli Usa di rivedere comunque le tariffe punitive sono cadute nel vuoto e la stessa Katherine Tai, ha fatto capire che per il momento non se ne parla, i dazi resteranno. La fase 2 non è mai nata.

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