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Cina-Usa, perché la guerra commerciale rischia di diventare scontro valutario

In un negoziato che coinvolge due paesi e non due aziende private le ripercussioni si sentono dappertutto. Sostanziale, e non formale, è il rischio di una escalation commerciale e di effetti economici progressivamente dirompenti

di Riccardo Sorrentino


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5' di lettura

Donald Trump aveva provato ad alleviare le tensioni. Aveva rinviato a dicembre le tariffe contro i prodotti cinesi hi-tech, ammettendo quasi – con la decisione – di essere consapevole dei danni che possono creare in un mondo interconnesso, e rivelando come la “sua” guerra commerciale sia davvero uno dei giochi negoziali di cui il presidente ritiene di essere esperto.

A torto, forse, come ha dimostrato la decisione di Xi Jinping di nuovi dazi su beni di importazione Usa per 75 miliardi: contro l’avversario cinese il chicken game – la corsa delle auto verso un dirupo, in cui perde il “pollo” che sterza o frena per primo – non funziona. Pechino sa, può rispondere e può aspettare. Non a caso c’è chi sospetta che il governo abbia rallentato l’economia, come era opportuno per il surriscaldamento del credito, scaricando le responsabilità sugli Usa. Trump è stato così “costretto” - dal suo stesso gioco - a rispondere ancora, e a introdurre ancora altri dazi per 250 miliardi di dollari.

Il confronto quindi continua, così come viene riproposta la promessa di Trump di ottenere trattati commerciali più favorevoli. Il problema è che, in un negoziato che coinvolge due paesi e non due aziende private, le ripercussioni si sentono dappertutto. L’incertezza è diventata il fenomeno economico predominante in questa fase e – per quanto non manchino altre cause, come Brexit – è legata soprattutto a quello che nelle intenzioni è forse solo uno stile muscolare di diplomazia. Sostanziale, e non formale, è però il rischio di una escalation commerciale e di effetti economici progressivamente dirompenti.

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L’incertezza complessiva – oltre a pesare sui mercati – ha allarmato anche le banche centrali. Non certo per l’impatto diretto dei dazi introdotti e annunciati che sono considerati relativamente limitati (anche se potrebbero ridurre di 0,5 punti percentuali la crescita globale del 2020). Le politiche macroeconomiche, monetarie o fiscali, sono inoltre inadatte a compensare gli effetti di queste tariffe, che incidono – sia pure ad ampio spettro – a livello microeconomico distorcendo i prezzi relativi e quindi il “valore economico” relativo dei diversi beni.

L’incertezza ha però alterato, abbassandole, le aspettative di inflazione. Il fenomeno potrebbe apparire controintuitivo: i dazi in realtà aumentano alcuni prezzi (ma non tutti, e quindi è improbabile che generino vera inflazione). I mercati scontano però il rischio di una forte recessione, se non altro settoriale: il manifatturiero – naturalmente più esposto al commercio internazionale – è già in contrazione in diversi paesi (dove però hanno influito anche fattori locali).

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L’effetto dell’incertezza legata alle tensioni commerciali è talmente forte che in Eurolandia le aspettative di inflazione di lungo periodo – relative al periodo 2024-2029 – sono scivolate fino all’1,13%. Oggi sono intorno all’1,20% dopo essere risalite all’1,35% in seguito all’annuncio di una politica monetaria più accomodante da parte della Bce. Analogamente negli Usa, più protetti dalle ricadute del loro protezionismo, le aspettative di inflazione di lungo periodo sono calate fino all’1,77% per poi risalire di fronte alla prospettiva di un taglio dei tassi. In entrambe le aree economiche l’obiettivo di inflazione è al due per cento.

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L’intervento delle banche centrali ha anche creato ulteriori rischi. Al di là della correzione delle aspettative di inflazione, possono in realtà fare poco altro. Il fatto però che Bce e Fed, tra le altre, siano già coinvolte nel contrastare gli effetti dell’incertezza generata dalle tensioni commerciali, crea l’illusione che ci si possa affidare, ancora una volta, e ancor di più, alla politica monetaria. Dimenticando che le ricadute dei maggiori dazi possono essere attenuate solo tornando sui propri passi e varando riforme strutturali per ridurre squilibri commerciali ed economici .

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Il vero pericolo del coinvolgimento delle banche centrali è però la possibilità che alle reali tensioni commerciali, che già alimentano un’intensa propaganda sovranista, si affianchi una nuova “guerra delle valute”, che ancora una volta risulterebbe virtuale e retorica, ma in grado di alimentare ulteriori incertezze. La decisione della Cina di lasciar svalutare il cambio ha già spinto gli Stati Uniti ad accusare Pechino di manipolazione valutaria, mentre Donald Trump, di fronte all’annuncio della nuova politica espansiva della Bce, ha puntato il dito anche verso Eurolandia (e verso la Fed, “colpevole”, in queste circostanze, di non abbassare rapidamente i tassi). In realtà gli scambi commerciali, anche se hanno un impatto sulle valute minore dei flussi finanziari – possono comunque pesare, nel medio-lungo periodo. La decisione della Cina – paese emergente e finanziariamente meno integrato – non è del tutto una forzatura. «L’imposizione di tariffe bilaterali – nota il Fondo monetario internazionale in un rapporto – generalmente porta a un’apprezzamento della valuta del paese esportatore (e viceversa): i cambi compensano l’effetto voluto dei dazi».

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Il maggior impatto dell’incertezza su Eurolandia, più esposta degli Usa alle tensioni commerciali, giustifica intanto la maggiore aggressività della Banca centrale europea, che oltretutto ha meno spazi di manovra e deve contrastare la progressiva riduzione degli effetti delle proprie decisioni. È vero però che la Bce dovrebbe tagliare, a settembre, il tasso sui depositi, oggi al -0,40% (e forse varare un nuovo quantitative easing). Proprio questo taglio, influendo sui tassi di mercato a brevissimo termine, potrebbe far davvero scivolare l’euro: nel 2014 l’introduzione dei tassi negativi è stata accompagnata da una rapida flessione del cambio effettivo. Gli ultimi due tagli, però, sono intervenuti durante una fase di rialzo della valuta e le attese del taglio di settembre non sembra abbiano inciso sul valore esterno dell’euro. A conferma del fatto che le decisioni di politica monetaria non si trasferiscono meccanicamente sui cambi. La retorica delle guerra delle valute, insomma, è e resta vuota.

Altrettanto vani rischiano di essere gli stessi sforzi protezionistici. «Le maggiori tensioni commerciali pesano sul commercio internazionale e sugli investimenti, senza colpire finora in modo apprezzabile gli squilibri commerciali», spiega l’Fmi. Il surplus commerciale cinese si è così ridotto senza che sia calato il deficit americano perché le imprese Usa si sono rivolti a fornitori stranieri non cinesi. I rischi indotti dal sovranismo economico, insomma, non sono il (caro) prezzo da pagare per una politica efficace su altri fronti e per alcuni paese. È solo un pericoloso gioco elettorale.

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