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Cinema: addio a Jean-Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague

È morto a 91 anni a Parigi Jean-Luc Godard, che rivoluzionò il modo di fare cinema portando la macchina da presa sulla strada

di Cristina Battocletti

Cinema in lutto, addio a Jean-Luc Godard

I punti chiave

  • Il suo primo film innovatore fu «Fino all’ultimo respiro»
  • Il periodo di più grande creatività va dal 1960 al 1967
  • Rifletteva sull’interazione tra immagine, parola in maniera libera

4' di lettura

Jean-Luc Godard, esploratore e rivoluzionario del cinema in tutte le sue forme, è morto a 91 anni il 13 settembre in Svizzera ricorrendo al suicidio assistito. Era nato il 3 dicembre 1930. Il suo Fino all’ultimo respiro (1960) fu il Manifesto della Nouvelle Vague francese, che scardinò tutte le regole del cinema di posa per portare il set in strada, destrutturare le forme della Settima Arte, con film a basso budget, permettendosi un uso agile della macchina da presa, spesso senza cavalletto, carrellate senza binari, sceneggiatura leggera, con ampio spazio per l’improvvisazione degli attori anche in relazione all’ambiente. In Fino all’ultimo respiro fa recitare due giovanissimi Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, che diventa l’attrice simbolo della Nouvelle Vague francese.

Godard divide fin da subito la critica, che non poté non riconoscere l’onda inarrestabile del suo estro nel girare e montare in maniera libera, che fu uno spartiacque per i cineasti a venire.

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Cresciuto in una ricca famiglia protestante, con un’educazione in parte maturata in Svizzera, da cui la sua famiglia proviene, in parte a Parigi, si diploma alla Sorbona in etnologia nel 1949, inizia a collaborare alla «Gazette du Cinéma» e poi, dal 1952 ai «Cahiers du cinéma», vero tempio della critica cinematografica. La sua natura provocatoria e innovativa si mostra subito nel promuovere i registi americani, come Nicholas Ray, ma anche Hitchcock, che viene considerato commerciale e che viene riabilitato solo molto più tardi dal libro intervista del sodale della Nouvelle Vague, François Truffaut (che firma anche il soggetto di All’ultimo respiro).

Il suo primo esperimento dietro la macchina da presa Godard lo elabora proprio nella terra di origine della sua famiglia, la Svizzera, Opération béton (1955), dove riprende la costruzione della diga di Grande Dixence.

Il mondo del cinema piange il Maestro della Nouvelle Vague

Il mondo del cinema piange il Maestro della Nouvelle Vague

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Sempre aperto all’interazione con le altre arti e soprattutto con la pittura e la letteratura, gira alcuni corti, tra cui Une femme coquette, del 1955, ispirato a Il segnale di Maupassant.

Giocoso nella sua voglia di seguire canoni non autoriali, come il poliziesco, Godard è però sempre rimasto politico nei suoi intenti, di critica alla società consumistica e al governo del suo Paese, soprattutto sulla guerra in Algeria (Le petit soldat, girato nel 1961 uscì nel ’63 per problemi di visti).

Il periodo di più grande creatività va dal 1960 al 1967, in cui realizza ventidue film, da Agente Lemmy Caution: missione Alphaville a Il bandito delle 11, Due o tre cose che so di lei, un’indagine di tipo sociologico in fiction sull’ambiente parigino con Juliette Janson e Marina Vlady. Poi è il tempo di Bande à part, un film culto (Quentin Tarantino chiamerà così la sua casa di produzione), in ambiente sempre parigino con un ménage à trois tra Sami Frey, Claude Brasseur e Anna Karina, coinvolti in una sequenza rimasta iconica: una corsa al Louvre, ripresa poi da Bernardo Bertolucci in The Dreamers.

In Godard in questo periodo è però soprattutto la riflessione sul cinema a rimanere centrale come ne Il disprezzo, del 1963, con Brigitte Bardot, Michel Piccoli e Fritz Lang, in cui comincia ad avvertirsi il pessimismo cosmico che poi permeerà la sua produzione nei decenni a seguire.

Dal 1966 l’impegno per Godard si fa più militante: la sua cinematografia deve sferzare la società capitalista in ottica marxista; esempi ne sono La cinese e Week End - Una donna e un uomo da sabato a domenica. Sul grande schermo fa capolino la primavera del ’68 con l’idea di un cinema rivoluzionario (La gaia scienza, 1968). Nel 1969 fonda il Gruppo Dziga Vertov con altri registi, propugnando l’dea di un cinema collettivo, condiviso e non gerarchico. Dirige Lotte in Italia per la televisione italiana, legato alla protesta giovanile e all’ideologia, e Vento dell’est con Gian Maria Volonté.

Presto il gruppo comincia a manifestare le prime crepe e questa delusione assieme all’immobilità per un incidente lo porta all’isolamento, da cui esce nel 1972 con Crepa padrone, realizzato assieme a Jean-Pierre Gorin, come indagine sugli intellettuali dopo il ’68. È l’inizio di un grande rallentamento della sua produttività, che dura sessant’anni.

Cerca di fermare la sua riflessione sul cinema nell’opera Introduction à une véritable histoire du cinéma, partendo dalle lezioni realizzate a Montreal, che poi viene pubblicata nel 1980. Da qui comincia il ritiro definitivo dalla società a partire dalla sua tana di Grenoble, dove cerca di riflettere sul linguaggio del cinema di nuovo puntando su tecniche a basso costo (Super 8, videoregistratori, ecc).

Godard sembra definitivamente ritirarsi dalla collettività, con una sperimentalità che mescola video privati, sottotitoli (già per altro usati), voci fuori campo in montaggi che sono atti di critica verso la società e l’uomo con presenza invasiva della musica classica. È il tempo di Numéro deux Godard (1975), Si salvi chi può (la vita), Passion (1982), dove la narrativa per immagini è staccata dal racconto e vive autonoma nel suo significato intrinseco, e Prénom Carmen (1983) che vince il Leone d’oro a Venezia. Poi il gioco si fa ancora più estremo in Je vous salue, Marie (1985). Nel 1988 per Canal Plus, viene ideato il progetto Histoire(s) du cinéma che dura fino al 1997.

Nel 1990 esce il film con il nome della corrente di cui è stato fondatore, Nouvelle Vague, mentre nel film Germania nove zer o (1991) riprende Germania anno zero di Rossellini, dove si diverte a mescolare le lingue, come era già avvenuto nel film di esordio.

I temi portanti delle ultime pellicole sono la parola e le immagini, spesso assemblati come paradosso, moti caustici, atti di accusa. Ecco allora Éloge de l’amour del 2001, Film socialisme (2010), Adieu au langage - Addio al linguaggio (2014), Le livre d’image (2018), palma d’oro speciale al Festival di Cannes che non ha mai ritirato. Si tratta degli ultimi disperati tentativi di un filosofo per immagini di interagire con l’uomo, calato nel suo tempo e nella sua storia e di distruggere le barriere borghesi in cui è nato e cresciuto, sempre contestandole.

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