l’intervista

Cingolani: «La ricerca è per i velocisti. Ma servono anche maratoneti»

Per il Chief technology officer di Leonardo, solo con partnership pubblico-privato uniformi sul territorio si può accrescere la competitività di un Paese

di Chiara Bussi


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3' di lettura

«R» come ricerca, ma anche come rapidità. Sono due termini che Roberto Cingolani, dallo scorso settembre chief technology & innovation officer di Leonardo, utilizza spesso insieme. Lo fa per spiegare come il mondo dell’industria deve inevitabilmente adattarsi a una realtà in continuo movimento, in cui l’intelligenza artificiale ha agito da spartiacque scardinando metodi e prassi consolidati.

Lo stesso principio - spiega Cingolani, fisico, con alle spalle una carriera accademica in Italia, Germania, Usa e Giappone, per 14 anni direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia - che sta alla base anche della creazione dei Leonardo Labs.

Nei giorni scorsi avete annunciato la nascita dei Leonardo Labs che recluteranno giovani talenti. Come siete arrivati a questa tappa?

Veniamo da un decennio esplosivo. Con l’affermarsi del digitale è cambiato anche il passo della ricerca e noi ci stiamo adeguando. Alle singole divisioni di business abbiamo lasciato il ritmo dei 100 metri, dell’innovazione di prodotto rapida per far fronte a una concorrenza sempre più agguerrita. I Leonardo Labs lavoreranno invece su programmi di frontiera di medio-lungo periodo, con il passo deciso e costante del maratoneta, trasversali alle aree di business, in grado di sviluppare tecnologie del futuro e anticipare la domanda del mercato.

A questo proposito gli atenei sono un serbatoio di saperi e la stessa Leonardo ha partnership con il 40% delle università italiane. Ritiene che in generale oggi in Italia questa sinergia sia adeguata?

Ci sono ottimi esempi di sinergie tra imprese e università, ma su questo aspetto il territorio non è omogeneo. Il divario non è solo quello classico tra Nord e Sud, è una situazione a macchia di leopardo. Solo con partnership pubblico-privato uniformi sul territorio si può accrescere la competitività di un Paese. Questo è un aspetto su cui si dovrebbe intervenire.

Che cosa dovrebbero fare, dunque, le istituzioni pubbliche per incentivare o agevolare queste partnership?

Perché la ricerca possa davvero incidere sulla produzione il sistema Paese deve crederci: oggi gli investimenti in R&S dell’Italia si situano poco sopra l’1% del Pil (1,38% secondo l’ultimo dato dell’Istat riferito al 2018 ndr) rispetto alla media europea del 2,15%. Le risorse sono un tema chiave, ma ci sono altri nodi da sciogliere. Università e imprese sono complementari e devono essere animate dal rispetto reciproco dei ruoli. Tuttavia c’è bisogno di un salto culturale per accorciare le distanze introducendo elementi innovativi per facilitare il dialogo tra le due parti. In primo luogo ci vorrebbe un reclutamento più agile all’Università con un focus specifico sui dottorati di ricerca. Non è possibile infatti che la scelta dei candidati sia un percorso che dura più di sei mesi. Serve una maggiore velocità e flessibilità per adattare le regole di ingaggio ai tempi della ricerca.

Anche nel mondo della ricerca sembra esserci un prima e un dopo rispetto all’intelligenza artificiale. Che cosa è cambiato?

L’IA pone nuove sfide che vanno affrontate con una maggiore interdisciplinarietà dei saperi, senza trascurare l’approccio più umanistico alla realtà. Anche il sistema educativo deve adeguarsi, ma sarà un percorso molto lento. Infine, il tandem pubblico-privato deve riguardare i giovani, ma anche i meno giovani, con un patto sociale incentrato sulla formazione continua per convertire lavori che con la digitalizzazione della produzione sono diventati obsoleti. Non dimentichiamo che “progredire” significa avanzare. La ricerca, anche attraverso un tandem pubblico-privato, deve promuovere nuova conoscenza per migliorare mettendo al centro il cittadino. Come? Facilitando, per esempio, un’osmosi tra i vari attori dell’innovazione attraverso l’open innovation che coinvolge università, centri di ricerca, start up e clienti.

Ci sono esperienze in altri Paesi che potremmo importare da noi?

Penso a Paesi come la Svezia dove la popolazione è più avvezza al cambiamento. Qui nei programmi di studio è stato inserito il problem solving. Un’abilità a risolvere situazioni critiche che si rivela cruciale una volta approdati nel mondo del lavoro.

I competence center legati al piano Industria 4.0 possono agire da volano per la ricerca nel nostro Paese?

Si tratta di un’esperienza ancora giovane che andrà valutata con il tempo. I competence center potranno avere un ruolo importante se riusciranno ad agire come un magnete per creare un ecosistema favorevole alla ricerca non confinata in alcune aree del Paese come il classico triangolo Torino-Milano-Genova.

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