Falchi Colombe

Cinquant’anni dopo avere perso la corona il dollaro regna sovrano

La convertibilità con l'oro finì nel 71, quando la Fed commise il grave errore di cedere alle pressioni di Richard Nixon

di Donato Masciandaro

(Alexander Borisenko - stock.adobe.com)

3' di lettura

Cinquanta anni fa il dollaro smetteva di essere formalmente l’àncora di tutte le altre valute. Il 15 agosto 1971 il presidente Richard Nixon dichiarava la fine della convertibilità in oro del biglietto verde. Perché il re perse la corona? E cosa è rimasto di quel regno?

La risposta alla prima domanda è semplice: una valuta perde la sua credibilità quando è evidente che una banca centrale dipende dalla politica e ne asseconda le finalità di breve periodo. È una lezione che oggi è bene tenere a mente: il presidente della Federal Reserve è entrato nel suo semestre bianco, e la possibilità di essere rieletto dipenderà dalla benevolenza del Partito democratico.

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Quindi ci sono entrambi gli elementi che portarono negli anni settanta al crollo del dollaro: una banca centrale dipendente, il cui governatore potrebbe essere tentato di assecondare i desideri di breve periodo della politica. È quello che accadde allora nel rapporto di dominanza che si creò tra l’allora presidente statunitense – il repubblicano Richard Nixon – e il governatore della Fed dell’epoca – Arthur Burns. Nel 1969 Burns era stato nominato da Nixon e – oltre che per il suo curriculum,
con le credenziali di accademico della Columbia University, studioso del ciclo economico – era noto per le sue spiccate simpatie repubblicane.

Il mix tossico tra dipendenza della banca centrale e accondiscendenza del governatore in carica emerse a partire dal 1970. Il presidente Nixon aveva un problema da risolvere: arrivare alle primarie del suo partito con l’economia in piena salute. Per risolverlo, Nixon trovò una soluzione: chiedere alla Fed di attuare una politica monetaria che fosse sincronizzata con i suoi interessi personali, e non con quelli dell’economia americana. Come facciamo a dirlo? Ce lo raccontano le registrazioni delle telefonate tra Nixon e Burns, che facevano parte del materiale di indagine raccolto in occasione del famoso scandalo Watergate, che portò alla fine alle dimissioni dello stesso Nixon. Nixon chiese esplicitamente a Burns di tarare una espansione monetaria prima dell’appuntamento elettorale, e di sentirsi poi libero di innalzare i tassi a urne chiuse. E lo sventurato rispose, direbbe il Manzoni. Effetto finale: inflazione, che arriverà poi a doppia cifra, e fine della convertibilità di dollaro. Da allora, il re è senza corona.

E il suo regno? Qual è oggi il ruolo del dollaro? Se guardiamo gli scambi commerciali – ma la fotografia è simile nei movimenti finanziari – il dollaro gode ancora di buona salute, rappresentando la moneta di scambio nel 40% del totale. La ragione è che nell’intreccio tra commercio e moneta la storia è importante.
Da 50 anni il dollaro non è più agganciato all’oro, ma gli Stati Uniti continuano a essere il Paese che non ha mai fatto default;
questa è una garanzia per chi deve scegliere quale valuta
utilizzare per i propri commerci.

Questo è quello che ci raccontano i dati, se guardiamo i dati di 115 Paesi per il periodo tra il 1999 e il 2019 (Ecb Working Paper, n.2574). Oggi le due principali monete di riserva sono il dollaro e l’euro. Il loro utilizzo ha un tratto in comune: il loro peso è correlato al ruolo delle rispettive economie nel commercio internazionale. In altri termini, c’è un effetto diretto degli scambi internazionali sull’utilizzo della valuta: a un aumento di cento punti base della quota delle esportazioni dell’area euro e degli Stati Uniti, corrisponde un aumento dell’uso dell’euro e del dollaro di rispettivamente 30 e 80 punti percentuali.

Ma dollaro ed euro sono differenti per una ragione fondamentale: negli scambi internazionali tra Paesi terzi – cioè diversi dagli Stati Uniti e dai membri dell’area euro – il dollaro gioca ancora la parte del leone: 100 punti base di aumento delle esportazioni si riflettono in un aumento dell’uso dei dollari che è ancora doppio rispetto all’utilizzo dell’euro. Anche senza corona, vive il re.

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