Anniversari

Cinquant’anni fa lo stop di Nixon al dollaro convertibile in oro

L'improvvisa decisione del presidente americano, annunciata in tv la sera del 15 agosto 1971, segnò la fine del sistema monetario internazionale del dopoguerra, creato nella conferenza di Bretton Woods. Con la valuta Usa “fluttuante” l'Italia temeva per il nostro export di tessili e calzature

di Piero Fornara

(GettyImages)

5' di lettura

Ferragosto 1971, cinquant'anni fa. La prima pagina del «Corriere della Sera» ha in bella evidenza la foto-notizia sulle città italiane deserte e il “tutto esaurito” nelle località di villeggiatura. «Un esodo – così la didascalia – forse maggiore degli altri anni: mettendo idealmente in fila tutti i turisti che affollano i litorali, si calcola che ve ne siano 5 mila per ogni chilometro». Ma in un “taglio basso” spunta l'anticipazione: «Vertice per il dollaro presieduto da Nixon». E il sommario spiega: «Convocati a Camp David i consiglieri economici per un esame della situazione e delle eventuali misure da prendere».

Chiuse le edicole per la festività il giorno seguente, martedì 17 agosto i quotidiani aprono “a nove colonne” (come si diceva una volta): «Sospesa la convertibilità del dollaro in oro / Una tassa del 10 per cento sulle importazioni» si legge sul «Corriere della Sera», mentre il titolo del «Sole 24 Ore» è più articolato: «La crisi monetaria internazionale dopo i provvedimenti di Washington / Il dollaro non più convertibile in oro diventa soggetto alle leggi di mercato». Allora non era ancora nata «Repubblica».

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La prima pagina del Sole del 17 agosto 1971

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Precisiamo anzitutto che la convertibilità del dollaro – al cambio ufficiale di 35 dollari per un'oncia di oro fino (poco più di 31 grammi) – era riconosciuta solo per le banche centrali degli Stati e non per i privati. Da alcuni anni funzionava anche un mercato libero dell'oro, salito negli ultimi mesi a circa 42 dollari l'oncia. Ma fu subito chiaro che la mossa del presidente americano Richard Nixon, annunciata con un discorso in tv la sera del 15 agosto, di fatto metteva fine al sistema monetario internazionale del dopoguerra. In tutto il mondo vengono sospesi cambi e quotazioni: a Tokyo, invece, il 16 agosto le contrattazioni si svolgono regolarmente, ma la Banca centrale giapponese deve assorbire 700 milioni di dollari in un solo giorno.

L'intento della Casa Bianca è quello di costringere l'Europa occidentale e il Giappone a rivalutare le loro monete, per ridurre il pesante deficit della bilancia dei pagamenti americana: sono gli anni della guerra in Vietnam e gli Stati Uniti hanno visto ridursi le loro riserve auree da oltre 24 miliardi di dollari nel 1948 a 10 miliardi. Si avvicinano le elezioni presidenziali del 1972 e Nixon per essere rieletto ha bisogno che l'America sia in piena ripresa economica, anche a costo di alimentare l'inflazione e di svalutare il dollaro. Come scrive «Il Sole 24 Ore» del 17 agosto, Wall Street punta decisamente al rialzo e il primo giorno di contrattazioni dopo i provvedimenti di Washington registra scambi per oltre 31 milioni di titoli (forte soprattutto la domanda per gli automobilistici).

Preoccupa l'Italia la tassa del 10% sulle importazioni Usa

In Italia il governo è presieduto dal democristiano Emilio Colombo, alla guida di un quadripartito Dc-Psi-Psdi-Pri. Rientrato d'urgenza a Roma, Colombo riunisce il governatore della Banca d'Italia Guido Carli e il ministro del Tesoro Mario Ferrari Aggradi per esaminare la situazione nuova e studiare le prime contromisure. Ovviamente negativa per l'Italia è la ripercussione della soprattassa del 10% sulle importazioni americane, una misura protezionistica di tipo classico, che colpisce in particolare il nostro export di tessili e calzature. In vista del Consiglio dei ministri Cee, già annunciato per il 19 agosto, Palazzo Chigi auspica una «iniziativa europea» in tempi brevi.

Intanto l'Ufficio italiano dei cambi comunica che i turisti non residenti in Italia possono cambiare fino a 50 dollari per persona e al giorno in biglietti di banca e «traveller's cheques» a 617,80 lire (essendo la parità centrale della lira rispetto al dollaro fissata a 625). Quasi una curiosità per noi oggigiorno, le quotazioni delle principali valute estere: 152,75 lire per 1 franco svizzero; 112,20 il franco francese; 1.497,75 la sterlina; 180,845 il marco tedesco.

L'importanza di un efficace sistema monetario internazionale per “veicolare” gli scambi mondiali è evidente, non soltanto per lo sviluppo economico, ma persino come contributo alla distensione politica. Già prima della fine della Seconda guerra mondiale, nel luglio 1944, per iniziativa del presidente americano Roosevelt, in una cittadina del New Hampshire, Bretton Woods, si svolgeva la conferenza istitutiva del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Riuniti al Mount Washington Hotel, i delegati si accordarono per rendere le valute convertibili dopo la fine del conflitto, mantenendo l'oro come base del sistema, ma facendo del dollaro l'unica valuta di riserva, anche per l'enorme potenziale economico e militare degli Stati Uniti. I paesi aderenti fissavano per la propria moneta una parità ufficiale con il dollaro, a sua volta agganciato all'oro: nasceva così il Gold Exchange Standard.

Alcuni dei 44 partecipanti alla conferenza di Bretton Woods non accettarono gli accordi: fuori l'Unione Sovietica e i paesi satelliti del blocco socialista, i membri originari furono 39; poi entrarono le nazioni che avevano perso la guerra, come l'Italia, la Germania Federale e il Giappone e via via i paesi asiatici e africani di recente indipendenza. Il deficit della bilancia dei pagamenti americana venne visto inizialmente come un fenomeno favorevole, per l'aumento delle riserve di oro e dollari da parte dei paesi dell'Europa occidentale (in particolare della Cee) e del Giappone.

Le crisi monetarie della seconda metà degli anni '60

Ma il clima di fiducia andò progressivamente deteriorandosi a causa delle crisi monetarie della seconda metà degli anni Sessanta: svalutazione della sterlina inglese (e delle monete ad essa economicamente collegate) nel novembre 1967; speculazione sull'oro – partita dalla Francia del generale de Gaulle - e conseguente creazione del mercato libero del metallo aureo (1968); svalutazione del franco francese (agosto 1969) e rivalutazioni del marco tedesco (nel 1969 e ancora nel 1971).

In quegli anni diventano massicci anche i movimenti speculativi delle società multinazionali e delle grandi banche contro le parità fisse di Bretton Woods. Alle drastiche misure annunciate da Nixon il 15 agosto 1971 faranno seguito in dicembre gli accordi allo Smithsonian Institute di Washington, che sanciranno nuovi tassi di cambio e una prima svalutazione del 10% del prezzo ufficiale dell'oro, salito a 38 dollari. Una nuova svalutazione dell'11% sarà decisa nel 1973, con l'oro a 42,22 dollari.

Missione segreta di Kissinger in Cina

Nell'estate 1971, esattamente un mese prima dello stop di Ferragosto alla convertibilità del dollaro in oro, i giornali avevano avuto un'altra apertura “a nove colonne” proveniente dall'America. «Nixon in Cina: il mondo a una svolta», così titola sabato 17 luglio il «Corriere della Sera». Alla ricerca di una via d'uscita dalla disastrosa guerra del Vietnam, per attenuare le conseguenze negative della sconfitta americana che ormai andava profilandosi, il presidente Richard Nixon sparigliava le carte nel campo comunista avviando il riconoscimento diplomatico della Cina, anche quale forte contraltare all'Unione Sovietica.

La distensione fra le due capitali era cominciata con la “diplomazia del ping-pong” nel mese di aprile sempre del 1971, quando la nazionale statunitense di tennis da tavolo, giunta a Pechino per affrontare quella cinese, veniva ricevuta dal primo ministro Zhou Enlai. Ma è in luglio che Henry Kissinger, consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, si reca a Pechino da Zhou Enlai, precedendo la storica visita del presidente Richard Nixon a Mao Zedong, che avverrà nel febbraio 1972. La missione diplomatica di Kissinger in Cina fu segretissima, quasi romanzesca. Nel corso di un viaggio in Asia, la sera dell'8 luglio a Rawalpindi, durante un banchetto accusò un finto malore, lasciò la sala e fece annunciare una breve vacanza in montagna; in realtà si era recato in aeroporto (protetto da due agenti segreti ignari della destinazione), dove un aereo pachistano era pronto a decollare verso Pechino.

Poco meno di un anno dopo, il 17 giugno 1972 cinque uomini, entrati illegalmente nel complesso del Watergate a Washington - dove c'era il quartier generale democratico per le elezioni presidenziali di novembre - vengono notati da un guardiano, che chiama la polizia e li fa arrestare. Sembra un furto con scasso da parte di alcuni topi d'appartamento, ma al Watergate comincia un'altra storia…

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