torna la stagione della Strega di James Leo Herlihy

Cinquant’anni dopo Woodstock, rivive il sogno di un mondo nuovo

A mezzo secolo da Woodstock, Centauria ripubblica il romanzo con cui James Leo Herlihy tratteggia un vivido ritratto della stagione dei figli dei fiori, capace di restituire la forza del sogno e la realtà schietta di quel che ne resta.

di Chiara Palumbo


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3' di lettura

«Dobbiamo andare e non fermarci finchè non siamo arrivati», «Dove andiamo?», «Non lo so, ma dobbiamo andare». Sotto La stagione della strega, di James Leo Herlihy, pubblicato nel 1971, suona – e forse non è un caso – la voce di Jack Kerouac. Né lui né il suo romanzo, pubblicato vent’anni esatti prima, vengono mai citati nelle pagine dello scrittore di Detroit, di recente ripubblicate da Centauria a mezzo secolo da Woodstock. Eppure è impossibile non accostare le pagine dell’autore di origine canadese (gli amici lo chiamavano Ti Jean, e chi lo conosceva, Fernanda Pivano in testa, pronunciava il cognome come Kerouàc, alla francese) scritte a getto continuo su un rotolo di carta copiativa al diario altrettanto torrenziale di Gloria Random, e al suo viaggio – che passerà, brevemente, per continuare i corsi e ricorsi storici, proprio dal Canada.

Se però i protagonisti di On the road avevano una sola parola d'ordine “Ad ovest, ad ovest!”, il viaggio della diciassettenne Gloria, il cui cognome parlante potrebbe suonare come “a caso” – una ragazza qualsiasi insomma – e del suo amico John, omosessuale e renitente alla leva, guarda invece verso est. Quando una notte scappano di casa e da genitori oppressivi e borghesi, perfettamente Wasp (White-anglo-saxon-protestant, i nemici giurati di quelli come loro) hanno giusto i soldi per un biglietto per il lungo viaggio in autobus. Loro però sanno dove andare, la meta è precisa: New York.

È il 2 settembre 1969, e intorno a Gloria e John sta succedendo tutto. Woodstock, appunto, la miccia scatenante, e l'uomo sulla luna. C'è, soprattutto, la percezione esatta che tutto stia cambiando. Che chiunque sia nato in quegli anni sta vivendo l’era dopo la quale niente sarà diverso, la rivoluzione dell'amore universale scriverà una nuova storia. Di cui Gloria e John vogliono non solo sentirsi, ma essere parte. E allora non possono non partire, andare incontro a se stessi e al rimosso che il mondo borghese ha voluto imporre loro, che per la ragazza ha le sembianze nebulose di un padre ebreo polacco, professore universitario accusato di comunismo: l’eroe perfetto di ragazzi affamati di controcultura, che per rinascere cominciano dal nome: Gloria scompare dentro la Strega (recupero e sovvertimento del cognome paterno) e l'amico diventa Roy.

Sono due persone nuove quelle che si perdono dentro la Grande Mela, e in un rutilante susseguirsi di avventure brevi e fulminanti sperimentano la realtà – a tratti surreale e forse persino inconcepibile per chi non l'ha vissuta – dei figli dei fiori. Le molte e dense pagine - cariche di avvenimenti che sono tutti piccoli eppure deflagranti simboli – descrivono vividamente la libertà che Pivano raccontava come: «Un decondizionamento totale fino all’irresponsabilità, l'annullamento del Super io e di qualsiasi controllo, il rispetto soltanto dell'energia vitale».

Nella comune in cui i due giovani trascorrono gran parte della loro fuga, sotto cui si nasconde il cottage che lo stesso Herlhihy creò insieme al mentore amante Tennessee Williams, ci sono tutti gli ingredienti: il buddhismo, la marijuana, la libertà in tutte le declinazioni che si possono concepire: eppure l’ingenuità a tratti infantile con cui gloria e i suoi amici guardano la realtà non è incoscienza: è il tentativo di spiegarsi, lo sforzo di comprendersi e dare forma a una nuova realtà.

Sotto i sogni della bambina che sogna e tratteggia un futuro a colori è facile riconoscere però lo stesso autore, e le due facce che si nascondono dentro alle pagine. L’autore è Peter, lo psicanalista rinnegato, padre putativo che culla i sogni della giovane Gloria con le sue parole piene d'amore universale, ma è anche il padre biologico, che sta lì a dimostrare che l'incontro sognato per tutta la vita può nascondere gorghi di sentimenti impensabili e incertezze spesso difficili da gestire. In filigrana alla appassionata freschezza a tratti esasperante e sempre trascinante del diario di Gloria si legge anche la lucidità e il disincanto adulto di chi quell'epoca l'ha vissuta fino all'ultimo senza lasciarsene offuscare, di chi ha saputo tornare a casa propria senza che significasse una resa.

Le quasi quattrocento pagine dell'ultimo romanzo di James Leo Helihy, rapide e colorate come un trip, si rivelano così necessarie a restituire a pieno l'atmosfera fuori dei «cosiddetti sogni beat» in cui, diceva Kerouac, «era il momento di inventare tutto». Quegli anni che oggi si possono forse guardare con la compiacenza che si riserva agli idealisti sconfitti, ma che ci lasciano con la stessa consapevolezza di Pivano: «Avevo imparato a vivere fuori dal tempo e dallo spazio».

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