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Paragonare una donna a Circe non è reato

Da Omero a Machiavelli da Madeline Miller a Margaret Atwood, il giudice fa un viaggio nella letteratura per decidere se sia offensivo o meno accostare una donna alla mitica figura

di Patrizia Maciocchi

3' di lettura

Paragonare una donna alla dea Circe dell’Odissea non è diffamazione. Perché la mitica figura creata da Omero, non corrispondeva allo stereotipo della femme fatale, oggetto di tante rappresentazioni. A dare un’immagine diversa di lei ci hanno pensato scrittrici come Madeline Miller e Margaret Atwood, autrici che l’hanno riscattata dalle calunnie dandogli finalmente la parola. La dea-maga ha così potuto difendere sé stessa e il suo operato, rigettando sugli uomini che approdano sull’isola, la responsabilità di non aver saputo instaurare con lei un rapporto fondato sull’amore e il reciproco rispetto.

Il sindaco Ulisse e la funzionaria Circe

Con queste motivazioni la Corte di cassazione (relatore Alfredo Guardiano) arriva ad escludere che definire una donna Circe, tout court, possa far scattare il reato di diffamazione. I giudici analizzano il caso di un sindaco che aveva dato della Circe alla funzionaria di un servizio tecnico, di cui non condivideva le decisioni, facendo ricorso alla seguente descrizione «nell’Odissea di Omero la maga Circe, che era un soggetto singolare, era avvezza a ospitare nella sua meravigliosa casa uomini e dava loro da bere una bevanda “drogata” e quindi faceva in modo da far perdere la ragione agli uomini. Ma grazie a Ulisse, persona arguta, capì della trappola e ne pose rimedio». Ca va sans dire, che Ulisse era l’accorto sindaco.

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Le nuove sensibilità culturali

A questo punto il giudice, visto il paragone con un personaggio letterario, si sente in dovere di approfondirne lo studio, per cercare di capire come l’immagine di Circe sia stata interpretata nel tempo. Un’indagine complessa, premette la Suprema corte, che non si esaurisce nel momento in cui il personaggio appare per la prima volta nella scena, ma si arricchisce con l’evoluzione dei tempi e l’emergere di nuove sensibilità culturali all’interno di gruppi sociali. Lavoro che il giudice di legittimità ritiene comunque di dover fare, analogamente a quanto avviene quando il giurista è chiamato ad interpretare una norma alla luce della giurisprudenza, della Carta e delle Corti sovranazionali, oltre che della dottrina. Così il personaggio di Circe viene attentamente analizzato, in una bella sentenza, per come descritto dalla penna di Machiavelli, della Miller, della Atwood e di altri autori, oltre che dallo stesso Omero.

Lo stereotipo delle malevole arti femminili

Una dea dal carattere enigmatico che ha sollecitato nei secoli diverse interpretazioni, molte delle quali «hanno voluto leggere nel mito un avvertimento contro le malevoli arti della seduzione femminile - scrive il relatore - gli uomini che si lasciano incantare da una donna e si mettono al suo servizio si riducono a bruti senza valore e senza cervello». Ma non sono mancate chiavi alternative. Ovidio rappresenta Circe come un’amante rifiutata, passionale e vendicativa. Plutarco la considera una benefattrice, perchè la metamorfosi a cui sottopone gli uomini si rivela un mutamento felice. Nell’Asino di Machiavelli, è la dea di uno strano regno fisiognomico, in cui gli uomini mostrano il loro vero volto, manifestando i tratti ferini corrispondenti ai loro caratteri. Ma è solo con le scrittrici di età moderna e contemporanea - avverte la Cassazione - che Circe trova il suo riscatto prendendo la parola in prima persona, per dare agli uomini, suoi ospiti nell’isola, la responsabilità di non amarla e non rispettarla. «E su Circe figura ambivalente e complessa - si legge nella sentenza - è costruita anche la più recente opera letteraria e lei espressamente dedicata “Circe”, di Madeline Miller».

Una figura complessa

Complessità che si coglie comunque anche in Omero che valorizza la sua generosità raccontando dei consigli dati ad Ulisse per tornare ad Itaca scansando i pericoli. Una full immersion nei libri dedicati alla dea della mitologia greca, che non sono, avvertono i giudici, un’indebita irruzione nelle scienze umanistiche del mondo del diritto, ma un approfondimento dovuto quando si tratta di affrontare il rapporto tra diffamazione e storia. Indagine che la Corte territoriale non ha fatto, limitandosi a desumere il carattere offensivo dalla similitudine tra la tecnica del comune e Circe. L’imputato con le sue frasi avrebbe bollato la funzionaria come di facili costumi, rimarcando la sua capacità di far perdere la ragione agli uomini, anche grazie ai “pharmaka”. Ora la Cassazione ammette che se il paragone si fosse limitato a Circe non ci sarebbe stata alcuna diffamazione, per le ragioni letterarie analizzate. Certo l’imputato era andato un po’ oltre, presentando la funzionaria come una che aveva cercato di ingannarlo predisponendo una trappola nella quale lui non era caduto «pur non avendo avuto come è lecito presumere - scrive la Suprema corte - a differenza di Ulisse, un Euriloco o un Ermes che lo mettessero in guardia». Tuttavia, la condanna è annullata senza rinvio. Il reato non c’è comunque perché scriminato dal diritto di critica espressa nell’ambito di un dibattito politico- amministrativo, su una questione di interesse generale. Il tutto in una forma scherzosa e ironica, mentre il tono sferzante rientra nella critica politica.

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