ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùnon solo i tedeschi contro

Citigroup contro Bce e banche centrali: tassi negativi dannosi

Matt King, credit product manager di Citigroup, in uno studio fa a pezzi le politiche monetarie ultra-espansive. «I benefici in termini di credito e di consumi sono finiti tempo fa. In compenso queste politiche stanno creando effetti collaterali su pensioni, banche e assicurazioni e gonfiano bolle speculative»

di Morya Longo


Trump plaude a tassi negativi Germania, e attacca Fed

3' di lettura

Che lo dicano le banche tedesche è comprensibile. Che a puntare il dito siano i politici in Germania, o le copertine dei settimanali che dipingono Mario Draghi come Dracula, è altrettanto immaginabile. Ma ora anche una banca americana, Citigroup, si scaglia contro le politiche monetarie ultra-espansive. Senza citare solo la Bce, ma guardando a tutto il mondo, un documentatissimo studio firmato dal credit products strategist Matt King fa letteralmente a pezzi le manovre monetarie più recenti: «Lo sforzo per far risalire l’inflazione sta spingendo le banche centrali a esperimenti con tassi d’interesse ancora più negativi - scrive King -. Ma i benefici in termini di credito e di consumi sono finiti tempo fa. In compenso queste politiche stanno creando effetti collaterali su pensioni, banche e assicurazioni. Inoltre gonfiano bolle speculative e questo crea rischi deflazionistici invece di ridurli».

Inflazione, questa sconosciuta

Lo studio di King è articolato in decine di grafici e numeri. E parte da un dato di fatto: nonostante tutti gli sforzi, «solo Brexit è riuscita a far salire l’inflazione in Gran Bretagna». Molto più di quanto non abbiano fatto le politiche monetarie. E - secondo i grafici pubblicati nello studio - anche sul fronte del credito a famiglie e imprese lo shock positivo non c’è davvero stato: «Le banche vorrebbero - scrive King - ma le famiglie e le aziende sembrano riluttanti». Insomma: per quanta liquidità si porti nei forzieri delle banche, quello che manca è la domanda di credito. La voglia di investire. Di rischiare. Di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Infatti, documenta il grafico sotto, a fronte di tassi sempre più bassi è notevolmente aumentata la propensione al risparmio nell’Eurozona. L’enorme liquidità sembra insomma spingere la gente a risparmiare più che a consumare. «I tassi bassi - scrive King - sembrano rendere la gente più nervosa».

TASSI GIÙ, RISPARMI IN CRESCITA

Tasso di risparmio delle famiglie dell'Eurozona, confrontato con il rendimento reale decennale europeo. Dati in % (Fonte: Citi)

TASSI GIÙ, RISPARMI IN CRESCITA

Gli effetti collaterali

In compenso - ricorda Matt King - gli effetti collaterali sono sempre di più. Non solo per banche, assicurazioni e fondi pensione, che soffrono in un contesto di tassi negativi. E - scrive King - anche il «tiering», cioè la misura compensativa, offre un «limitato sollievo». Ma il problema principale sta forse nei mercati finanziari: nel 2012 chi aspirava a un rendimento del 3% poteva benissimo trovarlo in sicurissimi titoli con rating di «Doppia A», mentre oggi per avere lo stesso ritorno bisogna avventurarsi nei bond «spazzatura» con rating di «Doppia B». Si rischia tanto, si guadagna poco.

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Questo spinge gli investitori ad alzare sempre più l’asticella dei rischi, per cercare rendimenti appetibili. E offre alle società poco affidabili spazi sempre più ampi sui mercati finanziari: si pensi che nel 2008 le obbligazioni aziendali con rating BBB (ultimo gradino di quelle investment grade) e con rating speculativo ammontavano in totale a poco più di 200 miliardi di dollari nel mondo, mentre oggi sfiorano i 1.500 miliardi di dollari. Merito della grande domanda di titoli poco affidabili. Stesso discorso per un mercato che preoccupa sempre più le autorità di vigilanza, come i leveraged loans: crediti (negoziabili come bond) concessi a società poco affidabili. Si tratta di un mercato arrivato a 1.400 miliardi di dollari di stazza.

Discorso simile - scrive Matt King - per il mercato immobiliare: l’aumento della quantità di moneta e di credito, come si vede nel grafico, più che far salire l’inflazione fa crescere il prezzo delle case.

IL CREDITO FA CRESCERE IL PREZZO DELLE CASE, NON L'INFLAZIONE

Aggregato M3 dell'Eurozona, inflazione e prezzo delle case (media mobile 3 anni). Dati in % (Citigroup su dati Bce)

IL CREDITO FA CRESCERE IL PREZZO DELLE CASE, NON L'INFLAZIONE

La morale: bolle = rischio deflazione

La morale di tutto è racchiusa nell’ultima frase dello studio, nell’ultima pagina: «Creare bolle speculative non riduce i rischi di deflazione. Anzi li aumenta». Ovviamente questa è l’opinione di uno strategist e di una banca. Non è certo da prendere - come tutte le opinioni - come oro colato. La Bce argomenta sempre le sue scelte con altri dati, altrettanto convincenti. Resta però un fatto: l’ultima manovra della Bce ha creato malumori, anche da dove sarebbe stato difficile aspettarseli. Così, in questo contesto, si sta facendo sempre più strada tra gli economisti l’idea che la Bce debba - prima o poi - agire in maniera diversa: con quella che viene chiamata «helicopter money». Soldi dall’elicottero. Cioè denaro Bce direttamente nei conti dei cittadini, invece che nelle banche e sui mercati. Questa è - per ora - fantascienza. Ma se ne parla.

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