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Città in crisi, aiuti da 2,67 mld ma addizionale senza limiti

L’addizionale Irpef potrà spingersi oltre il tetto dell’8 per mille, con una deroga che non contempla i limiti prefissati

di Gianni Trovati

Pnrr, Draghi: "Si apre nuova fase per l'Italia e per i suoi 8mila comuni"

3' di lettura

Per evitare il default delle città con i conti più in crisi lo Stato mette mano un’altra volta al portafoglio. Ma non sarà il solo. Lo sforzo per chiudere le voragini aperte nei bilanci, sostenuto da un fondo da 2,67 miliardi in 21 anni, coinvolgerà anche i contribuenti e i fornitori dei Comuni. Per i primi l’addizionale Irpef potrà volare oltre il tetto dell’8 per mille, con una deroga che non contempla limiti prefissati. I creditori saranno chiamati a rinunciare a una parte delle loro somme.

Sono questi i pilastri del nuovo salva-Comuni anticipato sul Sole 24 Ore di mercoledì che il governo ha inserito nell’emendamento alla manovra. La misura, sulla scia di un primo aiuto da 150 milioni appena assegnato con il Dl fiscale, riguarda Napoli, Torino, Palermo e Reggio Calabria. Sono i Comuni capoluogo di Città metropolitana in cui il deficit 2020 supera la soglia stellare dei 700 euro ad abitante.

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A Napoli rosso da quasi 2,5 miliardi

A Napoli il rosso vale 2,47 miliardi, Torino si attesta a 888 milioni, Palermo a 632 mentre Reggio Calabria si ferma (si fa per dire) a 339 milioni. Anche a Roma il deficit è imponente (507 milioni), ma il suo valore pro-capite non va oltre i 180,5 euro contro i 2.599 euro di Napoli, i 1.938,4 di Reggio Calabria, i 1.035,5 di Torino e i 960,8 di Palermo.

L’aiuto statale della manovra, quindi, si concentra su questi ultimi quattro Comuni, in cui vivono 2,6 milioni di italiani. I parametri di distribuzione guardano al costo annuale del ripiano del disavanzo e dell’ammortamento dei debiti, e sono parzialmente diversi da quelli appena utilizzati per il sostegno 2021. Con i vecchi criteri Napoli avrebbe circa 1,5 miliardi e per Torino l’assegno sarebbe di mezzo miliardo. Le cifre finali non saranno lontane: Pierpaolo Baretta, ora assessore al Bilancio a Napoli, stima un aiuto da 1,3 miliardi e parla di «vera svolta».

Il sostegno ventennale viene offerto però in cambio della firma di un «Accordo per il ripiano del disavanzo e per il rilancio degli investimenti» fra il sindaco e il presidente del Consiglio. L’accordo richiama l’idea del «Patto» a cui a Napoli il neosindaco Gaetano Manfredi aveva subordinato la propria candidatura. Ma il Patto promesso a Manfredi da Pd e M5S puntava all’accollo statale del debito della città. L’Accordo proposto dal governo va in un’altra direzione.

Si apre all’incremento dell’addizionale Irpef

L’intesa poggia su nove possibili mosse. E l’elenco si apre con l’incremento dell’addizionale Irpef «in deroga» ai limiti di legge: l’aliquota può dunque volare oltre l’8 per mille previsto per gli altri Comuni, e anche sopra il 9 per mille eccezionalmente permesso a Roma per ripagare il vecchio debito. Con il rischio di mangiarsi un pezzo dello sconto offerto dalla stessa manovra sull’Irpef nazionale.

La spinta fiscale, che non è obbligatoria ma occupa non a caso il primo posto nella lista delle possibili azioni di risanamento, nasce dall’idea che quando i conti comunali vanno gambe all’aria i cittadini non possano assistere senza far nulla all’aiuto in arrivo da fuori. A pagare dazio potranno però essere anche i viaggiatori con un’addizionale sui diritti d’imbarco (anche qui sul “modello” di Roma).

Dal momento che a scavare il buco è spesso una capacità di riscossione delle entrate quasi inesistente (Napoli incassa il 25% di multe e tariffe e il recupero degli arretrati oscilla ogni anno intorno all’1%) il rischio è che i contribuenti in regola con il fisco paghino il conto degli evasori. Per contenerlo, l’accordo chiede anche di affinare la caccia ai mancati incassi, con termini minimi (20 mesi nei primi due anni, 30 dopo) di affidamento dei ruoli e di permettere la rateizzazione ai morosi (36 mesi nei primi due anni, 24 dopo).

Il Comune dovrà poi tagliare le spese, riorganizzare le strutture, frenare il fondo accessorio per il personale e attuare davvero il riordino delle partecipate (previsto per legge dal 2016). Ma un aiuto sarà chiesto anche ai creditori: che entro giugno si vedranno proporre un accordo per tagliare le somme loro dovute, del 20% per i debiti inferiori a tre anni su su fino al 60% per quelli più vecchi di 10 anni. Sperando che la nuova opera di risanamento, rinforzata dalla firma a Palazzo Chigi, non naufraghi come i tentativi che l’hanno preceduta.

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