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Città, l’Italia insegue l’Europa: sviluppo e opere sostenibili

di Giorgio Santilli

(Adobe Stock)

4' di lettura

Si fa strada (faticosamente) anche in Italia l’idea che non ha senso parlare di nuovo modello di sviluppo sostenibile senza un coinvolgimento prioritario delle città che nel mondo sono ormai il principale motore del Pil (ma anche del degrado ambientale) e che - soprattutto in Europa - sono portatrici di nuove esperienze di ridisegno del proprio futuro con una pianificazione di lungo periodo di nuova generazione.

Si fa strada soprattutto nei sindaci delle aree metropolitane, che nel 2017 avevano firmato la Carta di Bologna per l’Ambiente e in alcuni casi virtuosi - da Bologna a Bari, da Milano a Roma - provano ora a esplicitare i loro impegni in «Agende urbane per lo sviluppo sostenibile» secondo il modello lanciato dal ministero dell’Ambiente nel bando del 2019. Al loro fianco l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (Asvis) e il Centro nazionale di studi per le politiche urbane (Urban@it). Proprio Urban@it raccoglie alcune di queste esperienze nel Sesto Rapporto sulle città, intitolato «Le città protagoniste dello sviluppo sostenibile», che sarà presentato online domani con i curatori (Nicola Martinelli, Edoardo Croci e Mariavaleria Mininni), il direttore di Urban@it, Walter Vitali, il portavoce di Asvis, Enrico Giovannini, e il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia. Come è nella sua missione istitutiva, Urban@it mette insieme fermenti, tendenze, idee, bisogni per farne uno stimolo utile all’elaborazione di politiche urbane nazionali. Contrariamente a quanto accaduto con i precedenti Rapporti - il Quinto era dedicato alle periferie - in questo caso non c’è soltanto la denuncia dell’assenza di una politica nazionale per le città, ma piuttosto il tentativo di raccordare più soggetti che, in ambito europeo, nazionale e territoriale, stanno impostando lavori innovativi. La bussola di partenza sono i 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030 e il tentativo di territorializzarli: non è un caso che l’Ocse abbia stimato che «circa 100 dei 169 target legati agli SDGs (Sustainable Development Goals) non potranno essere raggiunti senza un effettivo coinvolgimento e un coordinamento dei governi locali». Soprattutto dove il benessere degli individui e le politiche per il climate change dipendono da interventi che «sono di corresponsabilità tra livello nazionale e quello locale e spaziano dalla gestione delle risorse naturali ai trasporti e alle infratsrutture, dai servizi sanitari alle infrastrutture sociali, dalla gestione delle città all’utilzzo del suolo». Gli investimenti sono già largamente pianificati (l’Asvis ha presentato un rapporto) e vanno in quattro direttrici principali (transizione verde, trasformazione digitale, sanità e lotta alla povertà) con un investimento totale di 200 miliardi in dieci anni. Un tema che ovviamente incrocia direttamente il Recovery Plan italiano in discussione in queste settimane.

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A proposito di Recovery Plan, il Rapporto Urban@it rilancia una delle esigenze forti che stanno emergendo con forza nelle molte critiche rivolte da più parti alla bozza di piano italiano e che sono viceversa considerate prioritarie da Bruxelles: la definizione di obiettivi quantificabili, misurabili, monitorabili. Una battaglia culturale fondamentale per raccordare le singole misure in piani strategici, per selezionare coerentemente gli interventi più funzionali al raggiungimento degli obiettivi esplicitati, per comunicare il piano e fare di questi strumenti la base per una maggiore partecipazione di cittadini e imprese.

Resta il ritardo delle nostre città e il gap rispetto alle metropoli europee che con i nuovi piani affrontano le questioni centrali dello sviluppo, delle infrastrutture, della demografia, dell’occupazione e della casa scegliendo come perno capace di tenere insieme e di muovere i singoli obiettivi settoriali a un unico grande obiettivo di sostenibilità. È una corsa ad accelerare il traguardo della carbon neutrality. Copenaghen si propone di diventare la prima città europea a raggiungerlo nel 2025 ma molte altre cercano di anticipare rispetto alla scadenza del 2050 posta dall’accordo di Parigi: Oslo nel 2030, Glasgow ed Helsinki nel 2035, Stoccolma nel 2040. Amsterdam ha approvato la propria Strategia urbana basata sulla transizione sostenibile del settore energetico, dei trasporti e degli edifici, per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e del 95% entro il 2050. Altre città che hanno preso impegni concreti sono Amburgo e Londra.

Le città italiane non partecipano a questa corsa e muovono i primi passi. Ma il nostro ritardo è scolpito nell’elenco delle città che dal 2006 a oggi sono state elette Europen Green Capital: Tallin nel 2006, Stoccolma nel 2010, Amburgo nel 2011, Vitoria-Gasteiz nel 2012, Nantes nel 2013, Copenaghen nel 2014, Bristol nel 2015, Lubiana nel 2016, Essen nel 2017, Nimega nel 2018, Oslo nel 2019, Lisbona nel 2020, Lahti nel 2021. Non mancano le eccezioni anche in Italia. La città che più è avanti in questo lavoro è Bologna, impegnata in un percorso di costante miglioramento delle proprie performance ambientali e di pianificazione degli obiettivi di sostenibilità . Con un approccio integrato alle questioni ambientali sono nati gli Action Plan , con in piani di azione per l’energia sostenibile e i cambiamenti climatici, mentre alla strategia per la qualità urbana ed ecoloigco-ambientale si conformano sia il Piano urbanistico generale sia il Piano urbano della mobilità sostenibile.

Il rapporto chiede un processo di semplificazione per gli investimenti pubblici e una definizione chiara di infratsruttura strategica, inserendo in tale categoria le infratsrutture in linea con il Green deal europeo.

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