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Calcio, la Lega Serie A apre la caccia ai pirati

La pirateria audiovisiva ha un’incidenza del 38% nel nostro Paese. Nel 75% dei casi manca la percezione del danno arrecato al sistema, che invece è notevole: un fatturato perso di oltre 1 miliardo, 203mila mancati introiti fiscali e quasi 6mila posti di lavoro a rischio

di Francesca Milano


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2' di lettura

«Se la pirateria continuerà a vincere, il calcio morirà». Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, non usa mezzi termini e addirittura precisa: «Non sto parlando del rischio degli stadi vuoti, ma proprio della fine del calcio». Il messaggio è chiaro: c’è una guerra in corso, buoni contro cattivi, soggetti corretti contro pirati. #Stopiracy è l’hashtag che vedremo in tv, online, sui giornali e negli stadi di calcio da fine agosto, perché una delle strategie è quella della sensibilizzazione degli spettatori.

Ma c’è di più: la Lega Serie A sta incrementando la lotta alla pirateria con nuovi partner tecnologici. FriendMTS e Blackhole, da un lato, che permettono di individuare le IPTV illegali; e VideoCities e Leakid dall’altro, che lavorano sui social network dove negli ultimi anni sono aumentate le trasmissioni pirata. In particolare, la startup israeliana Videocities che dalla prossima stagione collaborerà con la Lega Serie A ha creato il primo motore di ricerca video-per-video basato sull’intelligenza artificiale in cui la query è il video stesso.

C’è un dato che - più degli altri - allarma: secondo una indagine Fapav/Ipsos, il 75% degli utenti pirati ritiene di non creare danni rilevanti al sistema. «Per questo - spiega De Siervo - un altro fronte su cui lavoreremo molto è quello della sensibilizzazione dei tifosi». Dal 2017 al 2018 i posti di lavoro a rischio a causa della pirateria sono saliti da 5.700 a 5.900. A livello economico la pirateria audiotelevisiva in Italia ha causato mancati introiti fiscali di 203 milioni nel 2018, contro i 171 del 2017, e si rileva anche un mancato fatturato per i settori economici di 1.080 milioni nel 2018, contro 1.050 nel 2017.

Nel 2018 sono 4,7 milioni di italiani che hanno dichiarato di aver guardato illegalmente contenuti sportivi live: un dato in aumento rispetto all’anno precedente, in cui erano stati “solo” 3,5 milioni. Uno dei motivi della scarsa sensibilizzazione al problema della pirateria è che in realtà gli utenti pagano per abbonarsi alle Iptv illegali, per cui non si rendono conto di stare commettendo un illecito.

In Italia e in Spagna il fenomeno sta assumendo dimensioni preoccupanti: l’incidenza della pirateria audiovisiva è del 38%, contro dati che si fermano tra il 16 e il 20% in Francia, Germania e nel Regno Unito. «Si stima - aggiunge De Siervo - che nel mondo ci siano 1.200 Iptv funzionanti».

Uno dei bersagli più grossi è la nave pirata di BeoutQ Sports, una piattaforma illegale che trasmette via satellite e in streaming su internet contenuti sportivi e di intrattenimento dal valore di miliardi di dollari. Illegale ma tollerata, a tal punto che i set-top di BeoutQ sono venduti apertamente nei negozi di tutta l’Arabia Saudita. La maggior parte dei contenuti sportivi trasmessi sui canali di BeoutQ viene rubata da trasmissioni in diretta dell’operatore beIN Sports.

«Occorre velocizzare i tempi di blocco delle Iptv - sottolinea l’ad della Lega Serie A - da parte degli internet service provider e degli hosting che spesso si rivelano poco reattivi nella risposta alla rivendicazione di un diritto violato da parte del licenziatario. Attualmente servono 4 giorni per staccare il segnale: troppi».

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