ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl Tribunale di Milano rimette il caso

Class action per fermare l’Ilva, deciderà la Corte Giustizia Europea

Il procedimento sulla class action è dunque per ora sospeso in attesa che si esprima la Corte Europea che ha sede in Lussemburgo

di Domenico Palmiotti

(ANSA)

3' di lettura

Sarà la Corte di Giustizia Europea a decidere nel merito della class action con cui si chiede la chiusura dell'ex Ilva di Taranto, ora Acciaierie d'Italia, a causa delle emissioni inquinanti. Lo ha deciso il 19 settembre la sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale civile di Milano presieduta da Angelo Mambriani, esaminando l'istanza presentata da dieci cittadini di Taranto, con l'associazione “Genitori Tarantini”, e da un ragazzo di 8 anni colpito - affermano i promotori della class action - “da un rarissimo caso di mutazione genetica”. Il procedimento sulla class action è dunque per ora sospeso in attesa che si esprima la Corte Europea che ha sede in Lussemburgo.

Tre questioni da chiarire

A quest'ultima i giudici di Milano, con un'ordinanza, hanno rimesso tre questioni che riguardano l'interpretazione della normativa europea in materia di emissioni inquinanti di impianti industriali in relazione alle norme italiane. Le tre questioni rimesse alla Corte sono: ruolo della valutazione di danno sanitario nel procedimento di rilascio e riesame dell'Autorizzazione integrata ambientale (Aia); set delle sostanze nocive che devono essere considerate ai fini del rilascio e riesame dell'Aia; tempi di adeguamento delle attività industriali svolte alle prescrizioni dell'Autorizzazione integrata ambientale.

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I giudici chiedono alla Corte del Lussemburgo se “in presenza di un'attività industriale recante pericoli gravi e rilevanti per l'integrità dell'ambiente e della salute”, uno Stato membro come l'Italia possa, nel quadro normativo europeo, “differire il termine concesso al gestore” per adeguarsi all'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), con misure di tutela ambientale e sanitaria, per una “durata complessiva di undici anni”, dal 2012 al 2023.

Il 2012 è l'anno del sequestro degli impianti di Taranto per reati ambientali, il 2023, invece, il termine fissato per il completamento delle prescrizioni Aia. Con la class action, l'associazione “Genitori Tarantini”, assistita dagli avvocati, Maurizio Rizzo Striano e Ascanio Amenduni, ha chiesto la chiusura delle cokerie e l'interruzione dell'attività dell'area a caldo fino all'attuazione delle prescrizioni previste dall'Autorizzazione integrata ambientale contenute nel Dpcm del 2017.

Iniziativa lanciata un anno fa da “Genitori Tarantini”

La class action è stata lanciata a settembre dello scorso anno. Una prima udienza al Tribunale di Milano (il capoluogo lombardo perché qui ha la sede legale l'ex Ilva) era stata fissata al 2 dicembre, poi aggiornata allo scorso 17 marzo. Quest'ultima si è regolarmente tenuta. «Siamo soddisfatti dell'esito dell'udienza di Milano - afferma Massimo Castellana di “Genitori Tarantini” - perché adesso sarà l Corte Europea di Giustizia ad occuparsi del caso ex Ilva e di quanto sia negativo il suo impatto sull'ambiente nonché sulla vita e la salute dei tarantini ma anche di quanti lavorano in quella fabbrica». «La controparte, assistita da un folto staff di avvocati, ha cercato di smontare le nostre tesi ma non c'è riuscita - rileva Castellana -. Nell'udienza di marzo abbiamo integrato la nostra class action con ulteriori elementi. Il primo é dato dalla modifica della nostra Costituzione. La legge costituzionale dello scorso febbraio ha infatti modificato gli articoli 9 e 41 della Carta riconoscendo un espresso rilievo alla tutela dell'ambiente a cominciare dalla parte dedicata ai principi fondamentali». «Inoltre - prosegue Castellana - l'articolo 41 adesso stabilisce che l'iniziativa economica non possa svolgersi in modo da recare danno alla salute e all'ambiente e che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini ambientali».

«Infine - rileva il portavoce di “Genitori Tarantini” - al Tribunale di Milano abbiamo anche presentato il recente rapporto Onu, della commissione per i diritti umani, che definisce Taranto “zona di sacrificio”. La Giustizia europea si è già occupata di Taranto e di Ilva. Ricordo le due sentenze della Cedu, la Corte europea per i diritti dell'uomo, che, sempre su istanza di cittadini tarantini, ha condannato lo Stato italiano nel 2019 e nel 2022 perché non ha tutelato dall'inquinamento la salute pubblica».

La riforma del codice di procedura civile

Spiegando la class action, l'associazione dei genitori afferma che in seguito ad una riforma è stata introdotta nel codice di procedura civile «una norma che consente di ottenere l’inibitoria di comportamenti illeciti da parte delle imprese su ricorso di soggetti aventi interessi omogenei». «Abbiamo deciso di avvalerci di tale norma - si spiega - e di promuovere una azione inibitoria collettiva contro Acciaierie d’Italia Holding, Acciaierie d’Italia e contro Ilva, al fine di ottenere la cessazione delle loro condotte che provocano danni ingiusti ai resident» e determinano «una lesione del diritto alla salute e del diritto al tranquillo svolgimento della vita familiare» a causa «di impianti tuttora non rispettosi delle norme di qualità ambientali».


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