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Class action più facile, ma non per il passato

di Giovanni Negri

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3' di lettura

Dopo confronti serrati, arriva il via libera della Camera. E la class action viene rispedita in Senato profondamente modificata. In una versione peraltro molto simile a quella già approvata a Montecitorio e poi incagliatasi al Senato nella passata legislatura. Cardini della nuova azione di classe, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle, sono: l’ampliamento di situazioni giuridiche tutelate e strumenti di tutela, con un’azione inibitoria oltre al risarcimento (per far cessare le condotte lesive); l’ingresso nella classe possibile sia prima sia dopo la sentenza di condanna dell’impresa; il compenso per i rappresentanti della classe e i difensori, in caso di vittoria, col riconoscimento della quota lite.

Rispetto alla versione approvata in commissione, passa la proposta di Forza Italia (con la relatrice di minoranza Giusi Bartolozzi) di un accantonamento della retroattività. Uno dei punti cruciali e più critici che avrebbe esposto le imprese a una finestra di possibili contestazioni sul passato, di ampiezza tra i cinque 5 e i 10 anni a seconda dell’illecito fatto valere.

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L’azione, su cui la competenza passa dal tribunale alla sezione specializzata in materia d’impresa, sarà articolata in tre fasi: la prima e la seconda, rispettivamente, su ammissibilità dell’azione e decisione sul merito; e l’ultima sulla liquidazione delle somme dovute agli aderenti all’azione.

Vista la nuova collocazione della disciplina, sottratta al Codice del consumo per passare in quello di procedura civile che si arricchirà di un nuovo Titolo, spariscono i riferimenti a consumatori e utenti. E la class action potrà sempre essere proposta da chi chiede risarcimenti per lesione di diritti individuali omogenei. L’azione sarà nella titolarità di ogni componente della classe, ma anche delle organizzazioni o associazioni senza scopo di lucro che hanno come scopo la tutela di quei diritti, iscritte in un elenco tenuto dal Mise.

Bersagli dell’azione potranno essere imprese ed enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità, per atti e comportamenti della loro attività.

C’è anche l’estensione del perimetro oggettivo di applicazione: anche se sono confermate individualità e omogeneità dei diritti, il Ddl individua nella class action lo strumento utile per tutte le ipotesi di responsabilità contrattuale (in linea con la disciplina vigente) e quelle di responsabilità extracontrattuale, oggi limitate a pratiche commerciali scorrette e comportamenti anticoncorrenziali. Per esempio, nel caso del dieselgate, la disciplina attuale fa valere “solo” la lesione alla normativa sulla concorrenza (prodotto diverso da quello pubblicizzato); in futuro si potranno far valere anche lesioni a diritti come quello alla salute o all’ambiente.

Tra le maggiori criticità, sottolineate da Confindustria anche in audizione alla Camera, resta la possibilità di un’adesione anche dopo il giudizio di merito (evidentemente favorevole). «Un meccanismo di adesione così (dis)articolato - osserva Confindustria - determina, da un lato, la violazione del principio della parità delle posizioni processuali, in quanto azzera di fatto il rischio di soccombenza di coloro che sceglieranno di aderire solo dopo la pronuncia (favorevole); dall’altro, lede il diritto al contraddittorio, poiché il convenuto avrebbe contezza del numero dei soggetti che vantano una pretesa risarcitoria solo dopo la conclusione della causa».

Al netto di un’ovvia considerazione sul rischio di incentivare comportamenti opportunistici di chi potrà attendere l’evoluzione della causa e valutare se aderirvi, si complicherebbe anche la possibilità di una transazione, della quale potrebbero a lungo restare ignoti i soggetti da risarcire e quindi i costi.

Assai problematici, per la moltiplicazione del contenzioso, sono poi i costi: il Ddl disciplina il compenso sulla falsariga della cosiddetta quota lite, somma che l’impresa deve corrispondere al rappresentante comune degli aderenti e al difensore dell’attore. È un compenso ulteriore, rispetto alla somma dovuta a ciascun aderente come risarcimento. Importo che è una percentuale del totale da pagare, calcolata sul numero dei componenti la classe e sulla base di sette scaglioni.

Il giudice può correggere gli automatismi degli scaglioni sulla base di specifici criteri (complessità dell’incarico, ricorso a coadiutori, qualità dell’opera; sollecitudine nelle attività; numero di aderenti).

Resta il filtro di ammissibilità, sia pure rimodulato. L’azione sarà cioè giudicata inammissibile quando:

è manifestamente infondata (qui l’azione può essere riproposta se sopravvengono circostanze diverse o nuove ragioni di fatto o diritto);

è proposta da un ricorrente che non appare in grado di curare adeguatamente i diritti individuali omogenei;

l’attore è in conflitto di interessi nei confronti dell’impresa;

manca l’omogeneità dei diritti.

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