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Classico sartoriale e sostenibile in passerella a Milano per l’uomo

È ufficiale: classico non è più sinonimo di noioso e i big della moda uomo cercano di renderlo appetibile per i Millennials

di Angelo Flaccavento

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È ufficiale: classico non è più sinonimo di noioso e i big della moda uomo cercano di renderlo appetibile per i Millennials


3' di lettura

È ufficiale: classico non è più sinonimo di noioso - l’aggettivazione modaiola è allergica a tutto quel che possa minimamente suggerire mancanza di novità. Le sfilate milanesi della moda maschile sono accomunate, nella diversità delle singole proposte, da un tentativo di ridefinizione del classico, ovvero dell’uniforme maschile per eccellenza: l’abito, e tutto il sartoriale che ci gira intorno. L’intenzione nemmeno tanto nascosta è di rendere tutto ciò appetibile per le ultime generazioni di consumatori, e anche per le penultime, ormai assuefatte all’imperante laissez faire. È una questione di cambiamento: quel che ieri non interessava, oggi è avanguardia.

Giorgio Armani, l’intensità morbida del vestire

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Giorgio Armani alla ridefinizione del classico lavora da sempre. Dal giorno uno, ovvero dal 1975. Il metodo è sempre valido: soft tailoring. A questo giro la morbidezza è particolarmente evidente, con l’aggiunta dell’invito a toccare: la collezione ha infatti una mano densa, montana, laniera, con punte seriche di velluto, per grandi cappotti avvolgenti e abiti con il collo a listino e i pantaloni chiusi al fondo. Sotto la giacca e il panciotto, spesso, non c’è nulla se non il corpo nudo. «Un collo tornito, il polso che occhieggia sono estremamente seducenti» dice Armani, consapevole che l’erotismo, nel vestire, è sempre questione di minimi dettagli. È soft, classico in maniera del tutto rilassata l’uomo di Agnona. Dopo vent’anni, ritorna la linea maschile del marchio, guidato con visione e coerenza da Simon Holloway.

Fendi, soft power e tessuti smart

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«Oggi si parla di sostenibilità, ma la vera moda sostenibile è quella che resiste al test del tempo, ovvero il classico» dice Silvia Venturini Fendi, convinta sostenitrice di un ritorno all’essenza. La sfilata è una teoria verticale e gentilmente severa di giacche, completi e cappotti neri, cammello o grigi, con pantaloni gonna da collegiale svizzero - di che sesso non importa - e scarpe massicce. È un classico all’uso Fendi, naturalmente: irreprensibile ma imprevisto. Come ad aggiungere funzionalità, infatti, i capi sono sezionabili, riducibili, scomponibili a mezzo zip, oppure brulicano di tasche che in genere stanno dentro, in una fusione perfetta di vestito e accessorio. Le borse, invece, mimano il packaging; scatole, shopper e sacchetti, ma di pelle. Il risultato è elettrizzante: preciso, con un twist.

Prada, la classicità diventa surreale e metafisica

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Miuccia Prada affronta lo stesso argomento con un misto di rigore estremo e provocazione spiazzante, e fa centro. Lavora sui capi intramontabili, dal cappotto al completo - con cravatta, sia chiaro - dall’impermeabile al maglioncino, alterando le proporzioni, inserendo le psichedelie secessioniste di Koloman Moser, tendendo i pantaloni con staffe da sciatore, e completando il tutto con sneaker massicce invece che con le unique stringate.

Parla di classico surreale, e invero la precisione degli insiemi è irreale, oggi che ci si veste a caso, ma più che altro è il set ad apparir metafisico: una astrazione di piazza, con tanto di monumento equestre, fatto a fette quindi antieroico. «Il discorso sulla mascolinità è aperto» spiega la signora Prada, il cui uomo si conferma elegantissimo bambino, vestito d’abiti realizzati quasi per intero con processi e tessuti sostenibili.

Ferragamo, fluidità classica e sofisticata

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Da Salvatore Ferragamo, Paul Andrew lavora sugli archetipi, dal banchiere al marinaio, ibridandone i codici vestimentari in un mix che crea nuove specie d’abito: cappotti smontabili, o con volumi controllati da tab di velcro; abiti gessati dai bermuda generosi; completi camouflage costruiti come uniformi da lavoro. Il tono dell’espressione è alquanto freddo, e una maggiore sensualità certo gioverebbe, ma il nuovo percorso della maison fiorentina percorre binari sicuri.

Etro torna a sfilare nel garage sgarrupato della scorsa stagione, ma questa volta alle pareti ci stanno, osservatori imperscrutabili, i ritratti degli antenati - parte della collezione di pittura di Gimmo Etro. In tutto questo scrutare, di quadri e di pubblico, l’uomo Etro rimane se stesso, con giusto qualche tocco argentino: perbene ma bohemien, con il poncho, l’abito di velluto e gli stivali. Tutto sa un po’ di formula, però: un ritratto, invece, dovrebbero suggerire individualità ad personam.

Msgm, horror ironico (con Dario Argento) in passerella

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Da MSGM, in fine, l’omaggio a Dario Argento è giusto un affare di luci profondamente rosse, musica e stampe di locandine. Per il resto, è la parte di classico aggiornato a convincere. Il jeans acid wash e lo streetwear sanno di passato prossimo.

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