#metoo dell’antichità

Classico strapotere maschilista

di Mario Telò


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. La statua di Benvenuto Cellini che ritrae Perseo con la testa mozzata di Medusa è stata appropriata dai sostenitori di Donald Trump che hanno sostituito il volto di Perseo con quello del loro “eroe,” e la testa di Medusa con quella di Hillary Clinton

5' di lettura

In una scena dell’Odissea, Telemaco, il figlio del naufrago Ulisse, redarguisce la madre, Penelope — per una ragione triviale. Stanca di sentire canti sui tempestosi ritorni degli eroi Greci dalla guerra di Troia e di soffrire al pensiero del marito ancora lontano da Itaca, Penelope scende nella sala piena di pretendenti e chiede al cantore d’intonare note più allegre. A questo punto Telemaco non perde occasione di esercitare il suo potere di fronte ai pretendenti, di mostrarsi uomo — un surrogato del padre assente — a spese della madre. «Ritorna nelle tue stanze» le comanda «e bada ai tuoi lavori, il telaio e la spola…i discorsi saranno un affare degli uomini, di tutti gli uomini, e soprattutto mio, perché il potere nella casa spetta a me».

In Women and Power: A Manifesto — un bestseller nel Regno Unito e negli Stati Uniti, in uscita per Mondadori col titolo Donne e potere — Mary Beard, la classicista più influente al mondo, parte da questo episodio per esplorare attraverso la letteratura antica perché la voce femminile è sottoposta a varie forme di soppressione. Com’è che, quando cercano di prendere la parola, le donne vengono ignorate, censurate, zittite, o devono fare i conti con mansplaining — la tendenza maschile a fornire accondiscendenti “spiegazioni” su ogni cosa a mogli, figlie, madri, sorelle, e colleghe? Nessuno può affrontare queste questioni meglio di Mary Beard. Colmando lo iato tra antico e moderno, scrittura accademica e divulgazione, i suoi libri dimostrano come il patrimonio culturale e letterario della Grecia e Roma antica ha plasmato convinzioni, pregiudizi, e comportamenti che ci sembrano “naturali”. In più, questa attenzione verso la divulgazione ha trasformato la Beard in una celebrità televisiva — con il suo programma sulla BBC, Meet the Romans — ma l’ha anche resa bersaglio dei meccanismi oppressivi al centro di Donne e potere. Come racconta nel libro, ciò che emerge dalla brutale violenza verbale dei suoi molti trollers — anonimi critici che diffondono in rete aggressioni volgari e gratuite — non è tanto un maldestro disaccordo con le sue idee quanto un senso d’affronto per il fatto che sia una voce femminile ad esprimersi.

Lo scopo della Beard è d’illuminare come le pratiche di esclusione del femminile dalla sfera politica si fondano sull’arbitrario assunto ideologico che l’unica voce degna di essere ascoltata, l’unica capace di generare “discorso” sia “naturalmente” maschile. Con tono conversevole, insieme garbato e accalorato, l’analisi muove tra vari testi letterari greci e latini, che riflettono questo assunto. Tra loro, spicca la storia, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, della ninfa Eco. Condannata dalla dea Giunone (per la sua garrulità!) a ripetere le parole altrui, finisce per riecheggiare quelle di Narciso — di cui è innamorata senza essere ricambiata — diventando, si potrebbe dire, strumento del narcisismo maschile.

Un’altra storia, sempre raccontata da Ovidio e menzionata dalla Beard, è quella di Filomela, sui cui vale la pena soffermarsi. Qui le perenni, brutali dinamiche della dominazione maschile assumono la forma dei motivi grotteschi che hanno ispirato il Tito Andronico di Shakespeare e sembrano echeggiati nelle minacce subìte dalla stessa Beard. Dopo essere stata stuprata da Tereo, il marito di sua sorella Procne, Filomela subisce un’altra violenza: Tereo le taglia la lingua. Ma la verità viene comunque a galla quando Filomela rappresenta la doppia violenza su un arazzo ricamato per la sorella, che si vendica servendo al marito le carni del figlioletto. Anche se il lettore è invitato a provare identificazione con la vittima Filomela, c’è una certa misura di sadistico compiacimento nella scrittura levigata di Ovidio e possiamo leggere nel racconto, come suggerisce la Beard, una codificazione dell’assunto che alle donne spetta il silenzio. A dire il vero, dopo l’orribile mutilazione, Filomela non rimane completamente muta, ma continua a emettere suoni, un mormorìo di protesta che preannuncia il canto dell’usignolo in cui verrà trasformata. Questo mormorìo racchiude un altro stereotipo maschilista antico e moderno: la voce femminile è “naturalmente” portata a produrre solo lamento. (Per rispondere a chi la accusava di avere una voce lamentosa, inadatta alla politica, Margaret Thatcher, come nota la Beard, fu costretta a prendere lezioni di dizione — maschile, s’intende.)

Ma forse nel mormorìo di Filomela si trova un potenziale riscatto dall’esclusione che la sua tragedia simboleggia. (E non credo cadiamo in ingenuo ottimismo se ammettiamo la possibilità che, nel momento stesso in cui viene rappresentata, l’esclusione venga, almeno parzialmente, interrogata o contestata.) Questo mormorìo esprime un dissenso, nel significato etimologico di scompiglio percettivo, una rottura dei modelli normativi del sentire e di quello che costituisce un accettabile oggetto di percezione. Come ha sostenuto il filosofo politico Jacques Rancière, queste fratture percettive mettono a nudo l’artificialità delle strutture di potere che, nelle nostre democrazie in crisi, stabiliscono quello che è — vale a dire, conta o suona come — “discorso” e quello che non lo è. Il mormorìo di Filomela diventa voce fortemente politica, un’immagine della differenza verso cui la democrazia si deve sempre mantenere aperta. Nel manifesto della Beard, coltivare questa differenza — preservare ciò che, nell’universo maschile(ista) della sfera pubblica, è ritenuto intollerabile da sentire o vedere — può rivelarsi, paradossalmente, una risorsa.

È la differenza espressa dal volto di un’altra figura ovidiana discussa nel libro: Medusa — punita, con crudeltà ai limiti dell’assurdo, per aver subìto violenza: «si racconta che [Nettuno] l’avesse violata nel tempio di Minerva: …la figlia di Giove…non volle lasciarla impunita, ma [le] mutò i capelli in orrendi serpenti» (trad. L. Koch). La statua del Cellini che ritrae Perseo con la testa mozzata di Medusa è stata appropriata dai sostenitori di Donald Trump, che, sui social media, ne hanno circolato immagini con il volto di Perseo sostituito da quello del loro “eroe,” e la testa di Medusa da quella di Hillary Clinton.

Ma anche quando mozzata, la testa di Medusa continua a parlare. Quasi un mese fa, millioni di donne hanno di nuovo marciato in tutto il mondo, rivitalizzando il paradigma antico della politica come mobilitazione collettiva di corpi e voci, che troviamo nella commedia Lisistrata di Aristofane, in cui le donne Ateniesi si mettono in moto per smuovere lo status quo, a loro volta provvisoriamente rianimando un mai completamente dimenticato passato di potere matriarcale. Durante una di queste marce (qui nella zona di San Francisco), una manifestante che indossava come copricapo la testa serpentina di Medusa reggeva un cartello con la scritta: «Anch’io (Me Too)! Sono stata punita per essere stata stuprata». Lo sguardo pietrificante di Medusa e il suono sibilante dei suoi serpenti sono emblemi di un fattore essenziale per la sopravvivenza della politica democratica — un mai soppresso dissenso, inteso come l’apparire improvviso ai nostri sensi di corpi e comportamenti che continuano a disorientare e scuotere. Come ha osservato Judith Butler, «Quello che vediamo quando corpi si radunano» per protestare sulle strade «è l’esercizio del diritto di apparire» e «apparire è la precondizione per avere una voce». Dal canto suo, la Beard osserva che trasformare le strutture del potere «significa...pensare in termini di collaborazione,...concepire il potere come un attributo e persino un verbo,...non un oggetto da possedere». Anche Penelope ed Eco esercitano potere senza possederlo (l’una ritardando astutamente la scelta di un nuovo marito, l’altra impartendo un diverso significato alle parole di Narciso). Ciascuna a modo suo, le donne private di una voce che Mary Beard ci presenta possono suggerire strategie, individuali o collaborative, per apparire, per farsi sentire — per trasformare un mormorìo in un potente clamore.

Mary Beard, Women and Power: A Manifesto, Profile books, Londra, pagg. 155, £ 7,99 (in uscita da Mondadori il 6 marzo con il titolo Donne e potere. Per troppo tempo le donne sono state messe a tacere, trad. di Carla Lazzari, pagg. 112 € 15)

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