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Classifiche della musica «gonfiate», ora c’è un codice di condotta

Case discografiche e piattaforme di streaming sottoscrivono un protocollo d’intesa contro il fenomeno della «stream manipulation» che falsa le charts e, soprattutto, i calcoli per la ripartizione di diritto d’autore e diritti connessi

di Francesco Prisco


Musica e soldi, quanto vale la «music economy»

2' di lettura

In principio furono le copie fisiche «auto-acquistate» dagli entourage degli artisti. Si narra che persino Brian Epstein, manager dei Beatles, ai tempi del lancio di Love me do fece auto-buying nel negozio di dischi di famiglia. Nell’epoca dello streaming, la manipolazione delle classifiche coincide con la manipolazione dei dati: trovi società che ti offrono la possibilità di scalare le charts attraverso l’hackeraggio di utenze attive sulle varie piattaforme. Contro il fenomeno adesso esiste un codice di condotta.

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Lo hanno sottoscritto da un lato chi produce musica (l’associazione delle major Ifpi, Universal, Sony e Warner, etichette indie e società di publishing), dall’altro alcune tra le principali piattaforme di Streaming (Spotify e Amazon in testa). I firmatari concordano di collaborare per controllare la manipolazione dello streaming e «si impegneranno a implementare una serie di misure e controlli equilibrati e commercialmente ragionevoli che consentono la prevenzione e/o la riduzione della manipolazione dello streaming». Il testo, giuridicamente non vincolante e senza effetti sugli accordi privati intercorsi tra piattaforme e titolari dei diritti, dovrebbe servire ad arginare un fenomeno che può sottrarre agli artisti fino ai 300 milioni di dollari l’anno.

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Per chi produce musica è un primo passo verso un coinvolgimento ancora maggiore nella battaglia di Spotify che, quando parliamo di streaming musicale, è sempre più il primo player di settore dall’alto dei 100 milioni di utenti premium raggiunti quest’anno. «La manipolazione dello streaming - sottolinea la nota di Ifpi - può compromettere l’accuratezza delle classifiche e, infine, l’accuratezza dei pagamenti delle royalties a chi crea musica. Questi ultimi, che siano artisti, autori, etichette, editori e oltre, devono essere remunerati in modo equo». Il presidente di Fimi Enzo Mazza spiega come l’associazione confindustriale dei discografici «già nel 2015 si era attivata con denunce penali contro il fenomeno. Siamo quindi soddisfatti del lancio di questo codice con così tante adesioni. Ora si tratta di metterlo in pratica e constrastare, soprattutto dal lato piattaforme, ogni iniziativa abusiva».

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