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Clausole Iva, tanti padri per comprare tempo e bruciare futuro

Dal 2011, e in pratica con tutti i governi che si sono succeduti da allora, le clausole Iva non solo hanno condizionato tutte le manovre di politica economica ma sono servite ad un generale scarico di responsabilità politiche a catena

di Guido Gentili


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(Comugnero Silvana - Fotolia)

3' di lettura

Chi ha disinnescato, o introdotto, che cosa? Vero è che la campagna elettorale permanente non lascia tregua e che il giochino di chi resta col cerino in mano ci ha abituato ad un scarico di responsabilità da parte della classe dirigente politica altrettanto permanente. Ma i livelli di guardia paiono ormai abbondantemente superati. E il rischio, prima ancora che economico, è il tracollo del buon senso, foriero di altre e più pericolose cadute.

Gli aumenti dell'Iva (l'imposta sul valore aggiunto) a titolo di clausola di salvaguardia. Sempre di questa tassa si parla. Ha detto, ad esempio, il ministro della Salute Roberto Speranza (Leu): «Le clausole sono state introdotte dal governo Renzi e dagli altri governi passati». Con la manovra 2020, ha spiegato invece il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (Pd), abbiamo tagliato «la macrotassa da 23 miliardi lasciata da Matteo Salvini». E gli esempi potrebbero continuare. Anche nel secondo governo Conte, che pure è nato avendo come primo obiettivo la cancellazione di quei 23 miliardi, si fatica a mettersi d'accordo.

La catena delle paternità, tra tagli e ricariche, è così incerta? No. La storia iniziò nel 2011, quando per fronteggiare la crisi da spread l'allora Governo Berlusconi per rassicurare l'Europa e i mercati introdusse la clausola di salvaguardia che prevedeva aumenti automatici d'imposta nel caso non si fossero raggiunti determinati risultati di bilancio. Obiettivo: recuperare 4 miliardi nel 2012 e 20 miliardi a regime dal 2013.

Dopo Berlusconi, Mario Monti. Il suo governo d'emergenza disinnesca ma non del tutto la pratica. La sua seconda e ultima legge di bilancio 2013 ripropone aumenti automatici se non arriveranno risparmi per 6,5 miliardi. Il Governo di Enrico Letta succede poi a quello di Monti. L'aliquota Iva passa dal 21 al 22% e scatta dal primo ottobre 2013, quando però viene messa in pista la manovra per il 2014. E riecco la clausola di salvaguardia: 3 miliardi per il 2015, 7 miliardi per il 2016 e 10 miliardi a partire dal 2017. Da Letta a Renzi premier il passo è brevissimo. Le clausole sono sterilizzate per il 2015 ed il 2016 e ridotte per gli anni successivi, comprese però quelle aggiuntive previste dalla legge di bilancio 2015 a copertura delle misure del governo: 12,8 miliardi per il 2016, 19,2 per il 2017 e 22 miliardi per il 2018.

Da Renzi a Conte
L'ultima manovra (2017) di Renzi azzera il carico di 15, 3 miliardi per l'anno in corso e il successore Paolo Gentiloni eredita un peso da 19,5 miliardi per il 2018. Gentiloni con una prima manovra scende a 15,7 miliardi e poi con il bilancio 2018 sterilizza gli aumenti automatici ricorrendo al deficit (flessibilità) per il 70% dei 15,7 miliardi, mentre viene ridotto anche il fardello del 2019 che calando di 6,4 miliardi passa a 12,4.
In totale siamo a questo punto a 31,5 miliardi, di cui 12,4 da recuperare nel 2019 e 19,1 miliardi in quota 2020 pena gli aumenti dell'Iva e delle accise sui carburanti. Ed eccoci infine al primo governo gialloverde di Giuseppe Conte, Di Maio e Salvini che sterilizza gli aumenti previsti per il 2019 prevedendo però nuovi rincari, con le clausole che giungono così ai famosi 23,1 miliardi di cui si parla oggi e ai 28,8 miliardi dal 2021. E la partita non è finita (come ha spiegato Dino Pesole) visto che per il biennio 2021-2022 il conto totale delle salvaguardie, ancorché ora ridotto di circa 15 miliardi, resta comunque fissato a ben 43 miliardi.

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