FISCO E GIGANTI DEL tech

Clegg (Facebook): la scelta migliore sulla web tax? Un’intesa in sede Ocse

Per il vicepresidente Global Affais del colosso di Menlo Park (ed ex politico inglese), no ai dazi minacciati dagli Usa, ma la web tax dovrebbe essere decisa a livello europeo. E serve un asse Usa-Ue sulle regole per il web: «Se no, le farà la Cina»

di Laura Cavestri


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3' di lettura

«Tassare una società tecnologica non è come tassare una manifattura tradizionale. Se i governi vogliono cambiare le regole della fiscalità noi saremo collaborativi. Ma spero che anche altri Paesi, come l’Italia, abbiano lo stesso approccio del presidente francese Emmanuel Macron nel far slittare l’entrata in vigore della web tax fino a quando sarà pronto il progetto messo a punto dall’Ocse». Per Nick Clegg, da un anno circa vicepresidente Global Affairs and Communications di Facebook – ieri a Roma, nella sede dell’Universita Luiss - Guido Carli per la sua prima visita in Italia – la minaccia di dazi Usa verso Gran Bretagna e Italia – se andranno avanti col proposito di una web tax sui giganti del Tech (ribadita dal sottosegretario al Tesoro proprio ieri in un’intervista al Wall Street Journal) – non è la risposta giusta. Tuttavia, un rinvio della norma (approvata con la legge Finanziaria e in vigore dall’ 1 gennaio) lo sarebbe. «Siccome – ha aggiunto Clegg – i prodotti digitali sono transfrontalieri, è giusto mettere una tassazione transnazionale. Anche perché il rischio è quello che ogni Paese, alla fine, incassi poche centinaia di euro». L’anno scorso – ha detto ancora Clegg – Facebook globalmente ha pagato 5 miliardi di euro di tasse».

Web Tax, Ue in ordine sparso
A parole, è sacrosanto per tutti che i giganti della tecnologia paghino più tasse. Ma gli Stati rimandano a un accordo europeo e la Ue guarda all’Ocse per un’intesa globale. Risultato: i Paesi si stanno muovendo in ordine sparso, provocando tensioni tra chi dovrebbe risolverle. A muoversi per primi erano stati i francesi con un’imposta del 3% sulle società con un fatturato mondiale di 750 milioni di euro, 25 dei quali generati in Francia. Congelata per il timore di dazi più alti di quanto ricaverebbe l’Erario. L’Italia ne ha approvata una simile (aliquota al 3% ed eliminazione del credito d’imposta per società con ricavi oltre i 750 milioni, di cui almeno 5,5 milioni derivati da servizi digitali): minacciata di dazi.
A livello europeo, l’Irlanda ha contribuito a far naufragare un accordo tra i Ventotto sulla web tax. Francia, Italia, Spagna e Austria si erano subito dette favorevoli. Contrari alcuni Paesi del nord-Europa. E in particolare Dublino. Ma la maggioranza non conta, perché l’approvazione richiede l’unanimità.
Così a ottobre, l’Ocse ha aperto a un compromesso: ammorbidimento rispetto alle norme francesi, con una parziale riallocazione dei profitti in base al mercato reale e non alla sede. Una proposta ancora a livello di consultazione. Non c’è un accordo politico. Tanto meno i dettagli tecnici.

Che Internet vogliono Usa e Ue
Aldilà delle minacce, però, Clegg vede un asse tra Usa e Ue. Perché l’Internet cinese «si basa su valori molto diversi: controllo dello Stato, censura, sorveglianza e separazione del resto della Rete. Se non sarà l’Occidente a fare le regole – afferma Clegg –, le subirà». Un assist, poi, alla Ue e alla nuova Commissione europea, con cui i giganti del Tech cercano di dialogare e sulla quale puntano a incidere. Perché se negli Usa, oggi, il dibattito è «spezzettare le grandi compagnie», Qui, nella Ue, si tratta in gran parte di come le società tecnologiche dovrebbero essere meglio regolamentate. «Il Gdpr — aggerma ancora Clegg – è stato il primo serio tentativo di creare una serie di regole sui dati privati nell’era digitale. Ma oggi il tema è quello della portabilità dei dati (cioè la possibilità di spostarli da una piattaforma all’altra) e il Gdpr la rende difficoltosa». E difende l’apertura di Facebook alla pubblicità elettorale e la non censura di contenuti sgradevoli e messaggi di odio, ma non illeciti. «Con quale diritto e in assenza di regole – ribadisce il vicepresidente di Facebbok – una società privata quale Facebook può censurare contenuti offensivi ma non illegali? Come possiamo fare fact-checking ad ogni messaggio e spot che un politico veicola sulle piattaforme?».

App “veicolo” per il business
Non solo chat e piattaforma di opinioni o video comizi. I social media crescono come “veicoli” per i business. Tanto che Facebook ha commissionato un’indagine a Copenhagen Economics, su 7.700 aziende in 15 paesi, in cui emerge che Pmi su 10 hanno dichiarato che le app di Facebook hanno considerevolmente abbassato i costi di marketing. Per 7 su 10, poi, sono utili all’export verso Paesi terzi e, di nuovo per 6 su 10, hanno migliorato i servizi di customer satisfaction offerti dalle imprese. Sono soprattutto le aziende fondate da donne (58%) ad attribuire ai social media un reale sostegno al business. In Italia, secondo lo studio, emerge che per il 44% delle Pmi le app hanno contribuito a incrementare le vendite, domestiche e internazionali. Per il 50% ha dato accesso a nuovi clienti

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