Energia e Ambiente

Clima, Cop 26 Glasgow in salita per superare gli Accordi di Parigi

di Chiara Bussi

La protesta.  Un gruppo di attivisti al Palazzo di Vetro dell'Onu a New York per chiedere ai Paesi membri

4' di lettura

«Another world is possible» (un altro mondo è possibile) gridava Greta Thunberg dal palco di Milano a fine settembre. Alla politica i giovani hanno chiesto meno parole e più fatti per l’azione climatica. Loro, i 50 ministri dell’Ambiente riuniti pochi metri più in là, si sono detti pronti a raccogliere la sfida lungo un doppio binario: un’accelerazione della decarbonizzazione per ribadire e superare l’Accordo di Parigi del 2015 intensificando gli sforzi per contenere il riscaldamento climatico sotto gli 1,5 gradi grazie alla riduzione delle emissioni nette di CO2 fino ad azzerarle entro il 2050. E insieme un rafforzamento della dote per i Paesi poveri fino a 100 miliardi di dollari annui per aiutarli ad affrontare la transizione.

Le premesse, almeno sulla carta, sono positive. Dopo i lavori preparatori nel capoluogo lombardo d al 1° al 12 novembre andrà in scena a Glasgow la Cop 26, la ventiseiesima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Più di 190 leader mondiali intorno a un tavolo con una missione ardua: salvare il pianeta. La parola d’ordine sarà “ambizione”. Sfida del secolo, ultima chiamata, punto di svolta: le definizioni del summit non lasciano margine di dubbio sull’urgenza. «Le procedure negoziali internazionali - sottolinea Massimo Tavoni, docente di economia del clima al Politecnico di Milano e direttore dell’Eiee (European Institute on Economics and the Environment) – sono incrementali, procedono a piccoli passi. Non mi aspetto una rivoluzione, ma sarebbe un successo se ci fosse un avanzamento sulle ambizioni. Per la lotta al cambiamento climatico sono necessari impegni di lungo periodo che non si esauriscono con il cambio delle maggioranze di governo».

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Servirà davvero una buona dose di ambizione perché, come mostra l’ultima fotografia dell’Ipcc (il panel di scienziati che studiano il clima su mandato dell’Onu) l’obiettivo è lontano: la temperatura della superficie globale è stata più alta di 1,09 gradi nel periodo 2011-2020 rispetto al 1850-1900. «Il riscaldamento di 1,5°C e 2°C – dice l’Ipcc - sarà superato durante il corso del XXI° secolo con danni irreversibili a meno che non si verifichino nei prossimi decenni profonde riduzioni delle emissioni di CO2 e di altri gas serra». Essenziale sarà dunque il bagaglio che i vari Paesi porteranno a Glasgow. In codice si chiamano Ndc (National determined contributions) e sono gli impegni nel taglio delle emissioni introdotti con l’Accordo di Parigi. L’ultima ricognizione su 113 Ndc aggiornati a fine 2020 mostra che da qui al 2030 ci sarà addirittura un aumento del 16 per cento. Occorre fare di più per invertire la rotta, come evidenzia il recente rapporto dell’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia. Nonostante gli innegabili passi avanti sulle energie pulite - si legge del report – i progressi sono troppo lenti e non sarà possibile centrare l’obiettivo di emissioni zero nel 2050. Con gli impegni presi finora la CO2 diminuirà entro quella data solo del 40 per cento».

Alcuni indizi significativi indicano però la volontà di un cambio di passo. La Ue, responsabile dell’8% delle emissioni globali, con la Legge sul clima ha ribadito la volontà di ridurle del 55% entro il 2030 per arrivare alla neutralità climatica il 2050. Nonostante la Brexit in questo caso Bruxelles e i padroni di casa britannici della Cop 26 hanno un obiettivo comune: alzare l’asticella degli impegni globali. Il cambio della guardia alla Casa Bianca può aiutare. A febbraio gli Usa guidati da Joe Biden, a cui si deve il 14% dei gas serra mondiali, sono rientrati nell’Accordo di Parigi dopo lo stop imposto da Donald Trump. Così anche Washington punta a centrare l’obiettivo entro metà secolo. La Cina, responsabile del 28% delle emissioni globali, ha promesso di arrivare al traguardo entro il 2060, ma si aspettano conferme. Nel corso della Conferenza tutti saranno chiamati scoprire le carte. «Stiamo osservando alcuni segnali di maggiore consapevolezza e spero che possano arrivare ulteriori annunci», spiega Michael Mullan, special advisor dell’Ocse sulla Cop26. La Conferenza «dovrà rappresentare un passo vitale sulla strada delle emissioni zero e su una resilienza rafforzata». La maggiore ambizione sulla riduzione della CO2, aggiunge, «dovrà essere accompagnata da azioni di breve termine per non deviare dal percorso».

L’altro grande banco di prova sarà il Fondo per i paesi più poveri da erogare entro il 2025. All’appello mancano ancora 20 miliardi. «Se non si fanno progressi su questo fronte – chiarisce Mullan – si rischia di minare la fiducia collettiva nella lotta al cambiamento climatico».

A giustificare una maggiore ambizione sono anche i dati economici. «Diversi studi autorevoli – ricorda Tavoni – mostrano che a conti fatti imboccare la via della transizione energetica a livello internazionale si tradurrà in un beneficio. Se la temperatura salisse di 3 gradi i costi per gestire il cambiamento climatico ammonterebbero tra il 5 e il 10% del Pil mondiale, mentre gli investimenti per la transizione richiedono uno sforzo di 2-3 punti o meno». Non solo. Secondo il Fmi, rileva Tavoni, gli investimenti green non rappresentano un costo ma hanno addirittura un effetto moltiplicatore di 1,5 sull’economia. «La riduzione delle emissioni – conclude Mullan – non deve avvenire a scapito della competitività. La transizione, oltre ad avere benefici per il clima e la qualità dell’aria, creerà nuovi mercati e favorirà l’efficienza. Occorre però utilizzare al meglio i pacchetti di salvataggio per il Covid. Il potenziale inespresso è enorme, se si pensa che oggi solo il 21% delle somme previste per la ripresa post-pandemia (667 miliardi) ha un impatto positivo per l’ambiente, mentre i Paesi del G20 e quelli emergenti spendono ancora 345 miliardi in sussidi fossili». Anche qui serve più ambizione.

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