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Clima: il Covid non rallenta il riscaldamento della Terra. Gas serra ai massimi e ghiacciai alpini in ritirata

Gas serra ai massimi, ghiacciai alpini che arretrano, foreste che bruciano. Sono solo alcuni dei fenomeni che si stanno registrando in questi giorni a danno dell’ambiente

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Gas serra ai massimi, ghiacciai alpini che arretrano, foreste che bruciano. Sono solo alcuni dei fenomeni che si stanno registrando in questi giorni a danno dell’ambiente


3' di lettura

Il Covid non ha fermato l’avanzata dell’inquinamento. Gas serra ai massimi, ghiacciai alpini che arretrano, foreste che bruciano. Sono solo alcuni dei fenomeni che si stanno registrando in questi giorni.

«Le economie hanno rallentato a causa del coronavirus, ma il riscaldamento del nostro pianeta non si è fermato. Le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto nuovi massimi record nel 2020». Con queste lapidarie parole il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres ha presentato il rapporto United in Science 2020.

«Come sottolinea questo dossier, i lockdown a breve termine non sostituiscono l'azione per il clima di cui abbiamo bisogno per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi», ha aggiunto. Il rapporto «lancia anche l'allarme secondo cui esiste una possibilità significativa e crescente di raggiungere temporaneamente la soglia di 1,5 gradi nei prossimi cinque anni - ha sottolineato -. Non c'è tempo da perdere se vogliamo rallentare la tendenza e limitare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi».

Guterres ha poi ribadito che «l'azione per il clima è l'unico modo per garantire un pianeta vivibile per questa generazione e per quale future. Che si tratti di affrontare una pandemia o la crisi climatica, è chiaro che abbiamo bisogno di scienza, solidarietà e soluzioni decisive - ha continuato -. Abbiamo una scelta, l'ordinaria amministrazione, che porta a ulteriori calamità, oppure utilizzare la ripresa dal Covid per avere una reale opportunità di avviare il mondo su un percorso sostenibile».

Ghiacciai alpini, perso 13% della superficie in 12 anni

Un’altra cattiva notizia per il clima arriva dai ghiacciai alpini, che hanno continuato a ritirarsi a grande velocità nell'ultimo decennio: in soli 12 anni hanno perso il 13% della loro superficie. Lo rivela l’ultimo aggiornamento del loro “catasto”, realizzato grazie alle osservazioni dei satelliti Sentinel-2 dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa). I dati, frutto della collaborazione tra Università Statale di Milano, Università di Zurigo, Università di Grenoble e la società Austriaca Enveo It Gmbh, sono pubblicati e accessibili a tutti sulla piattaforma Earth system Science Data.

Dal catasto risulta che ci siano 4.395 ghiacciai sulle Alpi, con una superficie totale complessiva di 1.806 chilometri quadrati, distribuiti per il 49% in Svizzera, 20% in Austria, 13% in Francia e 18% in Italia, con 325 chilometri quadrati.

Confrontando i dati con quelli del precedente inventario alpino relativo al 2003, per una selezione dei ghiacciai, le perdite sono state di circa il 13%: questo corrisponde a un tasso di ritiro annuo di circa l' 1,1%, e indica come il ritiro dei ghiacciai continui senza pause dagli anni '80 fino a oggi. Per quanto riguarda i ghiacciai alpini italiani, si osserva una perdita della superficie glaciale di 44 chilometri quadrati in meno di un decennio e un tasso di ritiro annuo che supera l'1,6% per i ghiacciai lombardi. Emblematico è il caso del ghiacciaio dei Forni, una volta il più grande ghiacciaio vallivo italiano, che è ora diviso in tre parti non più comunicanti tra loro. Se si confrontano poi questi nuovi dati con quelli del primo Catasto Glaciale italiano, compilato nel 1960 dal Comitato Glaciologico Italiano, la riduzione dei ghiacciai italiani è addirittura pari a 200 chilometri quadrati, una superficie di poco inferiore a quella del lago Maggiore.

Brasile: in fumo 10% Pantanal, la zona più umida del mondo

Intanto in Sudamerica incendi e “queimadas” (roghi appiccati per eliminare sterpaglie o per fertilizzare il suolo) durante il 2020 hanno già distrutto il 10% del Pantanal, la zona umida più grande del mondo nonché uno dei biomi più importanti del Brasile. Secondo i dati ufficiali dell'Istituto nazionale di ricerca scientifica (Inpe), la regione ha registrato il record di focolai: sono stati 10.153 tra gennaio e agosto di quest'anno.

Per il quotidiano Estado de S. Paulo, il numero è superiore alla somma dei focolai individuati tra il 2014 e il 2019. In base ai dati raccolti dall'ong SOS Pantanal, oltre all'aumento degli incendi causati dall'uomo la regione sta affrontando «la minore piena degli ultimi 47 anni e probabilmente registrerà anche la più grande siccità in questo stesso periodo».

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