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Clima, l’appello di Nava: «Dai privati serve di più»

L'ex presidente Consob oggi direttore del dipartimento per la Stabilità finanziaria a Bruxelles: «Per l’emergenza ambientale e adeguarsi agli obiettivi di Parigi sul cambiamento climatico servono 250-300 miliardi di euro l’anno soltanto in Europa. Il pubblico non può fare tutto, spazi per il mercato»

di Mara Monti


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3' di lettura

«I bisogni di investimenti per rispondere all’emergenza ambientale e adeguarsi agli obiettivi di Parigi sul cambiamento climatico sono stimati in 250-300 miliardi di euro l’anno soltanto in Europa. Il settore pubblico non può fare tutto da solo. Ecco che l’investimento privato diventa cruciale». Mario Nava direttore del dipartimento per la Stabilità finanziaria della Commissione Europea, e già presidente Consob, insiste sul connubio tra il mondo finanziario e l'emergenza ambientale «Il clima oggi è un elemento di rischio e in finanza big risk è sinonimo di big return», ha detto Nava parlando al Sole 24Ore a margine del XVII Pan European Banking Meeting, organizzato da Assiomforex.

La Commissione Europea, sotto l’impulso del vice Presidente Valdis Dombrovskis e il Parlamento si sono mossi e si stanno muovendo velocemente per adottare nuovi regolamenti a sostegno degli investimenti per l’ambiente. Non c'è il rischio che questi si trasformino in costi aggiuntivi e nuovi vincoli per le aziende e gli investitori?

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Il principio che è stato adottato è di creare una struttura normativa che possa servire ad orientare l’investimento delle aziende e dei risparmiatori verso gli investimenti sostenibili. Sia chiaro, nessuno è obbligato ad adottare questi principi, ma se non lo fa deve dichiararlo. Per misurare l’impatto sull’ambiente abbiamo definito due benchmark, i quali fanno parte di uno dei tre regolamenti già approvati dal precedente Consiglio e Parlamento. Servono a guidare il risparmiatore nel calcolare il ritorno finanziario e la sua sostenibilità. Il primo benchmark riguarda l’adesione delle aziende agli obiettivi di Parigi mentre il secondo indicatore è di transizione ovvero misura i progressi nella direzione di tali obiettivi. In generale, gli interventi mirano al passaggio da una “intensive carbon economy” a una “low carbon economy”.

Il consenso che si sta creando attorno alle problematiche ambientali, in particolare tra i giovani, può aiutare ad accelerare i lavori?

Sicuramente, l’ultimo dei tre regolamenti quello sulla Taxonomy è già a buon punto ed entro dicembre in concomitanza con la fine della presidenza finlandese al Consiglio dell’Unione europea, potrebbe essere approvato. La stessa Finlandia ha posto come priorità del suo semestre europeo le problematiche ambientali. Il secondo regolamento “Disclosure and financing advise” sulla consulenza finanziaria dei prodotti di investimento è già stato approvato dal precedente Consiglio e Parlamento.

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Il regolamento sulla Taxonomy che definisce l'investimento sostenibile è atteso da aziende e operatori finanziari. Di che cosa si tratta?

È una classificazione della sostenibilità ambientale e risponde alla crescente domanda di investimenti “green”. Su questo regolamento il Parlamento precedente aveva già adottato una posizione comune e due settimane fa anche il Consiglio ha assunto una posizione comune. A questo punto si entra nell'ultima fase di approvazione che, come già detto, potrebbe concludersi entro la fine dell'anno.

I green bond possono essere inseriti tra gli strumenti di intervento?

Certamente, il numero di green bond è in crescita, ma a volte sono strumenti poco liquidi perché spesso hanno una componente locale che li rende difficilmente valutabili. In questo caso l’obiettivo è di creare degli standard che possano aiutare il trading di questi titoli. Chi ha già collocato non deve fare nulla, non vogliamo disturbare i mercato.

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Il Governo italiano ha annunciato l'intenzione di collocare il suo primo green bond. Il ministro delle Finanze, Roberto Gualtieri, ha chiesto che questi titoli vengano scorporati dal calcolo del debito. Che cosa ne pensa?

Al momento rientrano nel computo del debito. Posso immaginare che in futuro ci sarà una discussione a livello comunitario, ma non posso prevedere come si concluderà. Ripeto: i governi non hanno le risorse sufficienti, si stima che possano contribuire per circa 40 miliardi l’anno sui 300 miliardi complessivi di interventi necessari. Un gap che apre le porte a opportunità di investimento per banche e operatori finanziari.

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