ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl Piano nazionale

Clima, l’Italia è fragile: più incendi e più alluvioni. Turismo, a rischio 17 miliardi

Aggiornato il testo del 2018 per l’adattamento ai cambiamenti climatici: senza azioni, il livello del mare salirà fino a 19 centimetri, la temperatura fino a +5 gradi entro il 2100

di Manuela Perrone

(parabolstudio - stock.adobe.com)

6' di lettura

Un’Italia a secco, con meno piogge e più incendi, ma anche molto più esposta a eventi meteo estremi come le alluvioni. Le tempeste di fine agosto e settembre nelle Marche e la frana di Ischia sono drammatici assaggi di ciò che senza interventi si prospetta per il futuro. I rischi, gli impatti economici e le possibili mosse per arginarli sono dettagliati nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che era fermo dal 2018 e ora è stato aggiornato e reso disponibile sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica.

Ora consultazione Vas, poi l’Osservatorio nazionale

Le 103 pagine del Piano, come ha ricordato il dicastero guidato da Gilberto Pichetto Fratin, sono state illustrate alle Regioni nel corso di due riunioni che si sono tenute il 7 novembre e il 20 dicembre scorso. Ora partirà la consultazione pubblica prevista dalla Valutazione ambientale strategica che, come previsto dall’articolo 13 del Dlgs 152/2006, dovrà concludersi entro 45 giorni dall’invio del rapporto preliminare. Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, Nello Musumeci, ha sottolineato come ora occorra «vigilare» affinché si esaurisca nel minor tempo possibile. Una volta conclusa la procedura, si procederà all'insediamento dell'Osservatorio nazionale, la struttura di governance che dovrà garantire l'immediata operatività del Piano attraverso l'individuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori, ma anche le priorità, i soggetti interessati e le fonti di finanziamento.

Loading...

Sotto la lente 27 indicatori climatici

Dopo aver richiamato il quadro giuridico di riferimento - dalla Convenzione quadro Onu entrata in vigore nel 1994 al Protocollo di Kyoto, dall’Accordo di Parigi ratificato dall’Italia nel 2016 all’Agenda Onu 2030 sugli obiettivi di sviluppo sostenibile - il Piano si addentra nella mappatura delle criticità ambientali e delle specificità del contesto nazionale a scala regionale e locale con un numero maggiore di informazioni: sono stati considerati 27 indicatori climatici (in precedenza l'analisi si era basata su 10 indicatori) messi in relazione con determinati pericoli. Il quadro climatico nazionale riporta l'analisi del clima sul periodo di riferimento 1981-2010 e le variazioni climatiche attese sul trentennio centrato sull’anno 2050 (2036-2065), rispetto allo stesso periodo 1981-2010, considerando i tre scenari definiti dall’Ipcc (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico): “Business as usual”, “Forte mitigazione”, “Mitigazione aggressiva”.

«Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici»

Visualizza

Il 2022 l’anno più caldo dal 1961

«In Italia i segnali di cambiamento climatico sono evidenti», si legge nel documento, come evidenziato anche nel rapporto Ispra dedicato proprio agli indicatori del clima. La temperatura media mostra un marcato trend in crescita e il 2022 sembra collocarsi al primo posto tra gli anni più caldi dal 1961. Nel Centro-Nord le piogge sono calate del 40% rispetto al periodo 1991-2020, lunghi periodi di siccità hanno infestato le regioni settentrionali. Gli estremi di caldo vincono sugli estremi di freddo. E sono stati numerosi gli eventi meteo-climatici significativi: il crollo del ghiacciaio della Marmolada, i violenti temporali con venti molto forti che ad agosto hanno colpito parti del Centro e del Nord, l’ondata di maltempo abbattutasi nelle Marche con undici morti e cinquanta feriti, la tragedia di Ischia del 26 novembre. Altre precipitazioni intense, altre drammatiche perdite di vite umane: 12 le vittime nell’isola.

L’Italia rischia aumenti della temperatura fino a 5° nel 2100

Senza misure di mitigazione, con una crescita delle emissioni ai ritmi attuali, l’avvenire è fosco. A livello globale, si prevedono entro il 2100 nel mondo concentrazioni atmosferiche di CO2 triplicate o quadruplicate (840-1120 ppm) rispetto ai livelli preindustriali (280 ppm) e un innalzamento della temperatura globale pari a +4-5°. In caso di “forte mitigazione” (il secondo scenario), se le emissioni entro il 2070 scendessero al di sotto dei livelli attuali (400 ppm), la concentrazione potrebbe stabilizzarsi, entro la fine del secolo, a circa il doppio dei livelli pre-industriali. Nel terzo scenario, solo se la mitigazione fosse aggressiva e le emissioni dimezzate entro il 2050, è improbabile che si superino i 2°C di aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali. In Italia sono previsti dati leggermente superiori. Per quanto attiene la temperatura media, entro il 2100 è attesa una crescita con valori compresi tra 1° e 5° C.

Siccità in aumento, in particolare al Sud

Più incerte le previsioni sulle precipitazioni, con una riduzione soprattutto al Sud e in Sardegna. Ma per la siccità severa ed estrema non c’è scampo: nelle diverse scale temporali considerate (durata di 3-6 mesi e di 12-24 mesi):c’è da attendersi «un incremento del numero di episodi di siccità», in particolare senza interventi di mitigazione e nel Mezzogiorno.

Energia, crescerà la domanda di aria condizionata

Gli impatti stimati sulla domanda energetica fanno emergere una generale riduzione, in particolare nelle aree montane, dei gradi giorno di riscaldamento e un aumento dei gradi giorno di raffrescamento per le aree pianeggianti e costiere. Variazioni che potrebbero comportare una ridotta esigenza di energia per il riscaldamento degli ambienti e un incremento della richiesta per il loro raffreddamento, in particolare d’estate. Un trend rafforzato dall’aumento della frequenza e dell’intensità delle ondate di calore (si stima un aumento della mortalità tra l'86% e il 137% nello scenario di forte mitigazione, con un impatto sul Pil da circa l’1% attuale al 2%).

Incendi, fino al 20% in più

Il pericolo incendi viaggia insieme all’innalzamento della temperatura e al calo delle precipitazioni: è stimato fino al 20% in più in particolare su Appennini e Alpi. D’altronde, negli ultimi quattro decenni si è registrato un valore medio di superficie percorsa dal fuoco pari a 107.289 ettari. Più caldo anche il mare: si prevede che tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperatura rispetto al 1981-2010 che varia da un minimo di 1,9 °C nelle zone del Mediterraneo Centrale e Occidentale e nel Mar Ligure a un massimo di 2,3 °C nell'Adriatico settentrionale e centrale. Anche l'aumento del livello del mare durante il periodo 2036-2065 per lo scenario senza interventi caratterizza tutte le aree costiere: rispetto al periodo 1981-2010, i valori vanno da un minimo di +16 cm per le tre sottoregioni del bacino Adriatico, fino a un massimo di 19 cm nei mari Tirreno e Ligure e nel Mediterraneo occidentale.

Trasporti, l’impatto economico potrebbe salire del 1.900%

Colpiscono i dati sull’impatto economico del cambiamento climatico. Per il settore dei trasporti, si stima che quello diretto associato agli eventi estremi (oggi pari a 0,15 miliardi di euro l’anno) potrebbe crescere del 1.900% entro il 2040-2070. Le ondate di calore severe mettono in pericolo soprattutto le città: fanno diminuire pedoni e cliclisti, mettono alla prova i mezzi con motori termici e fanno salire i consumi energetici per le azioni di raffreddamento su auto, bus, stazioni, aeroporti. Il surriscaldamento danneggia le strade e le parti asfaltate di porti e aeroporti, tranvie e ferrovie rischiano dilatazioni sufficienti a modificare l’assetto dei binari. Anche le opere come i ponti possono risentire delle variazioni.

Turismo, con 2 gradi in più perde 17 miliardi

Non solo infrastrutture. Le stime sul settore turistico basate sulla semplice variazione delle condizioni di comfort termico indicano che «in uno scenario di aumento della temperatura di 2 gradi» si rischia una riduzione del 15% degli arrivi internazionali, che arrivano al 21,6% in caso di incremento di 4 gradi. L’impatto netto sulla domanda totale italiana «risulta in una contrazione del 6,6% e dell’8,9% con perdite dirette stimate in 17 e 52 miliardi nei due scenari climatici». In caso di aumento di 4 gradi, «solo il 18% di tutte le stazioni operanti nel complesso dell’arco alpino italiano avrebbe una copertura nevosa idonea a garantire la stagione invernale». Più in generale, il clima mediterraneo potrebbe perdere attrattiva perché o troppo caldo o troppo instabile.

Agricoltura, rischia di ridursi il valore fondiario dei terreni

Non va certamente meglio per l’agricoltura, considerata una delle più vulnerabili agli effetti del clima a livello europeo: pur non essendo disponibili stime sugli impatti in corso, quello atteso nelle rese agricole è calcolato in «una riduzione del valore della produzione aggregata pari a 12,5 miliardi di euro nel 2050 che potrebbero aumentare fino a 30 miliardi» e in una possibile «progressiva perdita di valore fondiario dei terreni agricoli». Le stime variano tra un deprezzamento «dell’1-11% al 4-16% a fine secolo», anche se circolano anche previsioni più nere di «una perdita di valore del 10% dei valori fondiari per grado di aumento della temperatura».

Le 361 azioni settoriali di adattamento

L’ultimo capitolo è dedicato ai fondi potenzialmente disponibili (europei, nazionali e locali), alla governance dell’adattamento e alle 361 azioni settoriali di adattamento, per ciascuna delle quali è stata attribuito un giudizio di valore da basso ad alto rispetto ad alcuni criteri selezionati nell'ambito della letteratura disponibile (efficienza, efficacia, effetti di secondo ordine, performance in presenza di incertezza, implementazione politica). La maggior parte delle azioni (274, il 76% del totale) sono di tipo non strutturale (soft), seguite dalle 46 (il 13%) basate su un approccio ecosistemico (green) e da quelle infrastrutturali e tecnologiche (grey), che sono 41, ossia l'11% del totale. Le azioni soft sono distribuite omogeneamente su quasi tutti i settori, mentre la tipologia green prevale nel settore foreste. Le azioni di tipo infrastrutturale/grey sono più concentrate (in proporzione) nel settore energia. Dalla distribuzione delle relazioni reciproche tra le azioni emerge che l'agricoltura, gli insediamenti urbani, le foreste e le risorse idriche sono i nodi più significativi della rete. Quelli dove intervenire è più efficace.


Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti