Interventi

Clima: tecnologia e competenze sono meglio di santi e processioni

Mentre in Sicilia si prega per la pioggia in Israele si rende potabile l'acqua di mare

di Dario Scannapieco

(Agf)

5' di lettura

Nei giorni scorsi nel Nisseno, vista la siccità che sta colpendo la Sicilia, 600 persone hanno partecipato a una processione per invocare la pioggia. Negli stessi giorni la Bei avviava l’analisi del finanziamento del secondo impianto di dissalazione di Sorek, in Israele. Un impianto del costo di 400 milioni di euro che potrà produrre 200 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Sarà realizzato in public-private partnership – Ppp in gergo – proprio come il primo impianto, che produce 220 milioni di metri cubi di acqua all’anno e che all’epoca della sua realizzazione, dieci anni fa, era il maggiore impianto di desalinizzazione al mondo. Costò oltre 300 milioni di euro e anch’esso fu cofinanziato dalla Bei. Con il nuovo impianto la capacità di produrre acqua da desalinizzatori in Israele raggiungerà i 750 milioni di metri cubi annui. Considerando i consumi medi giornalieri, in Italia tale capacità basterebbe per quasi 10 milioni di persone.

Certo, Israele in questo campo è molto avanti. Ma restiamo in Europa: in Spagna, esistono molti impianti simili. A Barcellona un dissalatore finanziato con i fondi strutturali europei serve da un decennio oltre il 20% della popolazione dell’area. In Italia, nonostante sia una penisola, l’acqua prodotta da dissalatori è pari allo 0,1% del fabbisogno. E i fondi strutturali vengono a volte spesi, arrancando, in progetti di minore utilità economica pur di spenderli. Certo i dissalatori sono impianti energivori, anche se stanno diventando sempre più efficienti. E poi creano il tema dello smaltimento delle concentrazioni saline di scarto. Ma guardando con preoccupazione al futuro un ragionamento su di essi va fatto quanto prima.

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L’Italia si presenta con un settore idrico frammentato, una rete (anzi più reti) con perdite superiori al 40% – rispetto al 5% circa per Paesi Bassi e Germania – maggiori nel sud e isole, ossia nelle regioni a maggiore rischio siccità. A ciò si aggiunge un quadro regolatorio complesso con pochi gestori, sui 201 esistenti, dotati della forza finanziaria per fare gli investimenti necessari.

Ragionamento simile si potrebbe fare nel campo dei rifiuti solidi urbani. Altrove una risorsa e per noi un problema la cui gestione in alcuni casi provoca un enorme danno d’immagine per il Paese.

La questione della scarsa capacità di fare fronte a problemi le cui soluzioni richiedono seri e tempestivi piani di investimento va analizzata dal punto di vista culturale (c’è chi si prepara per tempo per gestire future sfide e chi inizia a porsi il problema solo a crisi avvenuta) e da quello amministrativo (la difficoltà e i tempi per tradurre stanziamenti di bilancio in opere concrete sono aumentati). Tutto ciò ha portato a una riduzione della spesa pubblica italiana per investimenti negli ultimi 10 anni: dal 3,66% al 2,23% del Pil, rispetto alla media europea odierna del 2,98% (3,71% nel 2009).

I ritardi nella gestione di queste sfide spesso non riguardano la scarsità delle risorse finanziarie. La Sicilia, ad esempio, ha avuto a disposizione per il periodo 2014-2020, oltre 4,2 miliardi di euro tra fondi strutturali europei e cofinanziamento nazionale: una cifra del tutto rispettabile. Il problema sta nella scelta e programmazione degli investimenti e, a volte, nella volontà di privilegiare le spese in conto corrente, che possono portare consenso politico immediato, ma non risolvono le criticità di un sistema economico.

Vi è poi una questione di qualità dell’azione della pubblica amministrazione. La peggiore eredità lasciata dalla crisi, a causa di tagli e blocco delle assunzioni, è stato l’impoverimento numerico e delle competenze tecniche nelle amministrazioni. E ciò, proprio mentre sfide epocali richiedono di gestire processi e strumenti complessi che, al contrario, necessitano di un numero adeguato di funzionari con maggiori competenze specifiche.

In una delle prime lezioni alla Harvard Business School ci insegnarono che per risolvere un problema per prima cosa bisogna riconoscere l’esistenza del problema stesso. Prima se ne coglie l’esistenza, più tempo c’è per prepararsi a gestirlo. Ma poi occorrono competenze, determinazione e strumenti: normativi, amministrativi e finanziari. E sufficienti persone capaci.

La scarsità di acqua sarà un problema crescente nel quadro di cambiamento climatico che stiamo vivendo. Per fronteggiare le sfide poste dal clima non possiamo più perdere tempo. Occorre, subito, operare sui due fronti dell’adattamento al cambiamento climatico e della mitigazione dei suoi effetti.

I fenomeni metereologici estremi saranno più frequenti. La lotta al dissesto idrogeologico per aumentare la resilienza dell’Italia a tali fenomeni è una priorità. Capire il problema, studiare la soluzione e agire. È quanto ha fatto ad esempio il comune di Firenze con la consulenza della Bei, per minimizzare il rischio di inondazioni dell’Ema, un affluente dell’Arno, creando un sistema di parchi pubblici che in caso di condizioni meteo avverse possono essere allagati per regolare il livello delle acque dei due fiumi e proteggere così il centro cittadino. Come fatto anche da Praga dopo le devastanti inondazioni del 2002.

Poi c’è da investire in nuove tecnologie e processi. Ritorniamo al caso dell’acqua: gestire bene questa risorsa sempre più scarsa deve portarci a innovare nelle tecniche di irrigazione (il settore agricolo consuma il 60% dell’acqua disponibile); ad adottare sistemi intelligenti di riutilizzo delle acque; a realizzare nuovi bacini di raccolta; a minimizzare le perdite delle reti. E a pensare seriamente ai dissalatori.

Sul fronte della mitigazione dei rischi del cambiamento climatico occorre operare su più campi: aumentare la dotazione di rinnovabili (ma le autorizzazioni alla realizzazione di nuovi parchi sono poche e difficili), lanciare programmi ampi di efficienza energetica, elettrificare il trasporto urbano considerando che nelle città si genera l’80% delle emissioni e che il trasporto conta per il 25% dell’inquinamento complessivo. Allo stesso tempo bisogna investire in innovazione e sostenere quelle start up che con nuovi prodotti o servizi generano un impatto positivo sull’inquinamento.

L’Europa, responsabilmente, si è posta obiettivi ambiziosi sul fronte della lotta al cambiamento climatico. Questo deve essere fonte di orgoglio per tutti noi cittadini europei.

Lo stesso gruppo Bei ha deciso che dal 2022 non finanzierà più progetti che coinvolgano fonti fossili e che entro il 2025 porterà la quota dei suoi finanziamenti a favore del clima dall’attuale 30% al 50% di quelli complessivi.

Inoltre Bei e Commissione hanno rafforzato, nel Piano Juncker e prospetticamente con il nuovo programma InvestEU, le attività di consulenza offerte sia a controparti istituzionali che a promotori di progetti. Proprio perché spesso non sono le risorse finanziarie a mancare, ma la capacità di programmare e realizzare investimenti. Di questo si è reso conto anche il governo italiano, che ha avviato la costituzione di strutture tecniche dedicate a compensare la perdita di competenze delle amministrazioni.

Il tempo è poco. Le sfide sono epocali e globali. Ma dobbiamo agire. Le forze le abbiamo. Si tratta di mettere a fuoco il problema e a sistema le risorse – anche di conoscenza – europee e italiane. Lavorare con determinazione e pragmatismo, abbandonando dilettantismo e demagogia. Altrimenti di fronte alle sfide del clima l’alternativa a un piano serio e a un’azione rapida resteranno le processioni. Con statue di santi sempre più grandi e pesanti da mettere sulle spalle degli italiani e degli europei.

(Vicepresidente della Bei)

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