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Climate change, i crediti di carbonio per le aziende che puntano a “emissioni zero”

Una taskforce internazionale (Tsvcm) guidata da Mark Carney ha presentato la road map per sviluppare un mercato con un potenziale da 50 miliardi di dollari

di Vitaliano D'Angerio

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3' di lettura

Emissioni zero i CO2 entro il 2050. O dimezzate entro il 2030. Negli ultimi mesi ci sono stati ripetuti annunci da parte di multinazionali che hanno promesso di tagliare le emissioni di gas serra per contribuire al contenimento del riscaldamento del pianeta. A spingere verso queste dichiarazioni, c’è la pressione di investitori istituzionali come i grandi fondi pensione del Nord Europa, che non ci pensano due volte a espellere dal proprio portafoglio i grandi inquinatori. A chiedere un taglio alle emissioni è stato di recente anche Larry Fink, capo di BlackRock, nella lettera inviata a gennaio ai manager di tutto il mondo.

Difficile però che un’azienda possa azzerare del tutto le emissioni di CO2. Si potrà arrivare a una soglia minima. Come si farà dunque a rispettare questi target? La soluzione è il mercato volontario di crediti di carbonio che, in prospettiva, ha una potenzialità da 50 miliardi di dollari di controvalore. «ll credito di carbonio è un’unità di carattere finanziario che rappresenta la rimozione di una tonnellata di CO2e (CO2 equivalente, ndr) dall’atmosfera. Si ottiene attraverso progetti che evitano, riducono o sequestrano gas a effetto serra e può essere acquistata come mezzo per compensare appunto le emissioni di aziende»: a parlare è Andrea Maggiani, fondatore di Carbonsink, azienda italiana che sviluppa in tutto il mondo progetti che generano crediti di carbonio e scelti da imprese che vogliono compensare le proprie emissioni.

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Maggiani è anche l’unico rappresentante di un’azienda italiana ad aver partecipato ai lavori della Taskforce on Scaling Voluntary Carbon Markets (Tsvcm): la taskforce è guidata da Mark Carney, ex governatore della Banca d’Inghilterra, e punta a sviluppare il mercato volontario dei crediti di carbonio su larga scala, a supporto degli obiettivi del trattato di Parigi sul climate change.

Come funziona il mercato volontario

Per capire meglio il funzionamento del mercato volontario di crediti di carbonio e soprattutto l’utilità per il clima, possiamo fare l’esempio dell’azienda di logistica o petrolifera che ha promesso le emissioni zero. Ebbene, per quanto si impegnino, sarà difficile azzerare del tutto la CO2 visto il loro core business. Promesse di facciata? No, perché l’impegno è stato preso davanti agli investitori internazionali: dovranno però raggiungere la soglia minima ovvero ridurre per la loro quota parte l’emissione di carbonio così da rispettare gli impegni del trattato di Parigi.

Per la quota che non riescono ad azzerare dovranno acquistare dei crediti di carbonio sul mercato volontario. Non c’è un obbligo di legge come avviene per il mercato regolamentato (per esempio l’Emission Trading System dell’Unione europea), ma è chiaro l’interesse delle aziende, soprattutto di quelle quotate: pena la perdita di fiducia degli investitori nei loro confronti.

Ecco dunque che l’azienda di logistica o energetica può finanziare, è l’esempio classico, la riforestazione di una zona arida da cui ricaverà una quota di crediti di carbonio attraverso i quali raggiungere l’obiettivo di emissioni zero.

Il percorso per l’azzeramento della CO2

Non è sufficiente annunciare l’obiettivo delle emissioni zero e comprare crediti di carbonio sul mercato volontario. Per ricevere fiducia dagli investitori bisogna anche intraprendere un percorso ben definito e riconosciuto a livello internazionale. Il percorso in questione si chiama Science Based Target (Sbt): l’iniziativa è promossa da Carbon Disclosure Project (Cdp), UN Global Compact (Ungc), World Resource Institute (Wri) e dal Wwf.

«Questo partenariato – si legge sul sito dell’italiana Carbonsink – conferma che l’impostazione degli obiettivi basati sulla scienza sta già diventando parte della pratica di rendicontazione annuale delle società e dell’infrastruttura dei dati per gli investitori istituzionali».

Un mercato da 50 miliardi di dollari

Le richieste di crediti di carbonio sono in continuo aumento. «Per contribuire all’obiettivo degli accordi di Parigi – ricorda Maggiani –, il mercato volontario dei crediti deve crescere di 15 volte entro il 2030, raggiungendo le dimensioni di 50 miliardi di dollari».

Ecco perché la taskforce Tsvcm ha disegnato un percorso a tappe per lo sviluppo del mercato. Il 27 gennaio in occasione dell’evento online di Davos è stato presentato un report su tali temi: sono state presentate 6 aree fondamentali di intervento e 20 raccomandazioni per superare le attuali barriere allo sviluppo di un mercato “esteso, trasparente, verificabile e robusto”. Le 6 aree di intervento riguardano: principi fondamentali, contratti di riferimento, infrastrutture, legittimità delle compensazioni, integrità del mercato, demand signal.

Attualmente, secondo l’ente di certificazione Gold Standard, il prezzo minimo del credito di carbonio nel mercato volontario può variare da 8.20€/tCO2e per progetti di efficienza energetica a 13€/tCO2e per progetti forestali.

Fra meno di un anno, a Glasgow, si terrà la Cop26 dove si farà il punto su quanto hanno realizzato i Governi (poco) per realizzare gli obiettivi decisi a Parigi nel 2015. La taskforce di Carney arriverà a quell’appuntamento con un altro dossier sul mercato di carbonio diventato tra i privati un vero e proprio sistema per partecipare attivamente alla riduzione di CO2. Nell’attesa che anche gli Stati si decidano a fare la loro parte.

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