cinema

«Climax», una festa da affascinante discesa agli inferi

di Andrea Chimento


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2' di lettura

Prima di vedere un film di Gaspar Noé bisogna davvero essere pronti a tutto: non fa eccezione il suo nuovo lavoro, «Climax», titolo tra i più attesi del weekend in sala. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2018, racconta di un gruppo di ballerini che si trovano in una grande casa abbandonata in mezzo alle montagne innevate. Qui provano delle coreografie, prima di iniziare una festa sfrenata che diventerà sempre più pericolosa e inquietante.

Celebre per le sue provocazioni (molto spesso fini a se stesse), il regista nato in Argentina, ma cresciuto professionalmente in Francia, ha firmato un altro tassello del suo personale mosaico fatto di film sempre pronti a scandalizzare: basti pensare al precedente «Love», un lungometraggio ricco di sequenze pornografiche in 3D, o agli altrettanto discutibili «Irréversible» e «Enter the Void».

Anche in questo caso non mancano esercizi di stile gratuiti e sterili provocazioni, ma «Climax» ha dalla sua il fatto di essere un'originale esperienza che chiama lo spettatore a partecipare alla festa dei protagonisti. Più coinvolgente dei suoi precedenti lavori, il film proietta il pubblico in una vera e propria discesa agli inferi, durante la quale è impossibile distogliere lo sguardo dal grande schermo.

I lunghi piani-sequenza (cifra stilistica di Noé) sono di grande complessità e fascino, tanto da riuscire a sopperire alle lacune di una sceneggiatura davvero grossolana.

La struttura narrativa del film è indubbiamente curiosa (i titoli di coda sono in apertura della visione) e contribuisce a rendere la pellicola un'esperienza audiovisiva intensa e del tutto anticonvenzionale.

    Noé potrebbe ancora limare diversi elementi del suo cinema, ma questa volta ha costruito un film fluido e di un fascino estetico che non può lasciare indifferenti.

    Tutt'altro risultato è quello ottenuto da «Beautiful Boy» di Felix van Groeningen, film che mette al centro della narrazione il rapporto tra un padre e il figlio tossicodipendente.

    Se il tema non è nuovo nel cinema di questi anni, ancor meno rilevante è un copione che gioca su luoghi comuni, su dialoghi banalissimi e su una messinscena troppo retorica ed enfatica.

    Van Groeningen (che già aveva mostrato tutta la sua furbizia registica con «Alabama Monroe») si conferma un autore ricattatorio, pronto a tutto pur di cercare di far emozionare il suo pubblico: peccato che le intenzioni appaiano sempre poco sincere, anche a causa delle interpretazioni forzate e quasi mai spontanee di Timothée Chalamet e Steve Carell, nei panni dei due protagonisti.

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