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CO2, i Paesi del G7 contribuiranno alla crescita della temperatura di 2,7 C°

È quanto hanno calcolato Carbon disclosure project (Cdp) e Oliver Wyman nel loro nuovo report. Necessarie modifiche drastiche ai piani di transizione degli Stati

di Vitaliano D'Angerio

Crisostomo, Enel:" ridurre le emissioni di CO2 costa più che azzerarle"

3' di lettura

Paesi del G7 poco virtuosi nella lotta alla crisi climatica. Senza drastiche modifiche ai loro piani di transizione, gli Stati con le economie più avanzate contribuiranno a una crescita globale delle temperature di 2,7 gradi. In questo quadro abbastanza desolante, Italia e Germania sono le più allineate con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. È quanto emerge dall’analisi di Carbon disclosure project (Cdp) e della società di consulenza strategica Oliver Wyman dove viene dimostrato che i progressi fatti dal G7 contro i cambiamenti climatici sono ancora insufficienti, tanto che i traguardi prefissati in vista della Cop27 appaiono sempre più fuori portata.

«Sulla base degli attuali obiettivi di riduzione delle emissioni delle imprese - viene segnalato nel report -, nessun Paese del G7 ha un settore della propria economia in grado di decarbonizzarsi abbastanza velocemente per raggiungere l’obiettivo degli 1,5°C; piuttosto, con i progressi fatti fino a oggi, il G7 in aggregato raggiungerebbe un innalzamento globale delle temperature di 2,7°C». L’analisi di Cdp e Oliver Wyman ha riguarda 11mila e 345 aziende.

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Italia e Germania le più virtuose, Canada maglia nera

Non tutti però nel G7 hanno agito allo stesso modo. Il report evidenzia che Roma e Berlino sono le economie che si sono maggiormente allineate all’Accordo di Parigi. «Le emissioni collettive di Germania e Italia - viene spiegato nella nota - porterebbero a un aumento del surriscaldamento globale di “appena” 2,2°C». Anche loro devono migliorare dunque in base ai dati Cdp-Wyman, allo stesso tempo però fanno meglio di Francia (2,3°C), Regno Unito (2,6°C) e Stati Uniti (2,8°C).

C’è però una differenza da segnalare tra Germania e Italia. Le aziende tedesche utiizzano in larga maggioranza (76%) la certificazione Science based targets (Sbti) per le loro emissioni di CO2: Sbti è lo standard maggiormente richiesto dal mercato. «È vero, Sbti è una sorta di golden standard per le certificazioni delle emissioni di CO2 – sottolinea Andrea Federico, partner di Oliver Wyman ed esperto di sostenibilità –. Berlino supera Roma in questo ambito. Allo stesso tempo però l’Italia fa meglio della Germania in tema di trasparenza: il 29% delle aziende italiane rende pubblici i dati sulle emissioni di CO2 contro appena il 9% delle tedesche».

L’economia meno allineata ai parametri dell’Accordo di Parigi è quella canadese dove appena il 4% delle aziende utilizza la certificazione Sbti.

L’Europa batte tutti nella decarbonizzazione

Cdp e Oliver Wyman fanno anche un confronto continentale in termini di CO2 e temperature. Viene infatti segnalata la «sovraperformance delle società europee rispetto a quelle nordamericane e asiatiche in tutti i settori. Ad esempio, relativamente alla produzione di energia - viene spiegato - l’Europa registra un livello di surriscaldamento di 1,9°C, rispetto ai 2,1°C delle aziende nordamericane e ai 3°C di quelle asiatiche».

Ecco dunque la riprova della difficoltà per gli investitori Esg di trovare asset green soprattutto in Asia che, a livello di decarbonizzazione, è in ritardo in tutti i settori secondo il report: dai fossil fuel ai trasporti.

«Il fattore più importante per una rapida riduzione delle emissioni in linea con l’Accordo di Parigi è la definizione di obiettivi ambiziosi - ricorda Laurent Babikian, global director capital markets di Cdp -. Non è accettabile per nessun Paese, tanto meno per le economie più avanzate del mondo, avere settori che mostrano ancora un’ambizione così scarsa. Con queste informazioni, i governi, le autorità di regolamentazione, gli investitori e l’opinione pubblica devono chiedere di più alle imprese con un alto impatto ambientale che non hanno ancora fissato target climatici».

Target intermedi e piani di transizione

I piani di transizione al 2030 e addirittura al 2050 hanno però un grosso problema sul fronte delle verifiche: chi controlla? I manager infatti non restano in carica per così tanti anni. Sono dunque necessari degli obiettivi intermedi in modo da consentire al mercato e alle authority di verificarne il trend.

«C’è un interesse collettivo che è quello del contenimento della crisi climatica - evidenzia Federico - e dunque penso sia necessaria una disciplina comune a livello globale. Ben vengano quindi i target intermedi sui piani di transizione così da consentire al mercato una verifica della tabella di marcia». E aggiunge: «Sono importanti anche gli indicatori, i cosiddetti Kpi, da utilizzare per verificare l’attuazione dei piani».


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