Opinioni

Cogliere le opportunità della tecnologia

Gli investimenti insufficienti nel capitale umano ci condannano a crescere poco

di Alessandro Rosina

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(AdobeStock)

Gli investimenti insufficienti nel capitale umano ci condannano a crescere poco


3' di lettura

Non possiamo pensare di affrontare l’emergenza sanitaria in corso e le sue implicazioni senza tener conto delle specificità che ci connotano, avendo nel contempo ben chiara la rotta da tenere dopo aver superato l’attuale tempesta.

Come ben noto l’Italia è caratterizzata dalla peggiore combinazione in Europa tra bassa crescita, alto debito pubblico, squilibri demografici a svantaggio di chi produce ricchezza. Proprio quest’ultimo punto è ciò che più condizionerà l’evoluzione dei prossimi anni, come evidenzia il report “Un buco nero nella forza lavoro italiana” pubblicato dal Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo. Siamo, infatti, entrati nella fase di maggior impatto negativo della demografia sull’asse portante economico del Paese. Ma oltre alle variazioni quantitative sulla popolazione attiva e sull’occupazione, di grande impatto atteso sono anche i mutamenti qualitativi nell’organizzazione del lavoro e nella produzione.

Come molti studi confermano, una delle principali conseguenze delle trasformazioni connesse alla quarta rivoluzione industriale è lo spostamento da mansioni routinarie e standardizzate (sostituibili dall’automazione) ad attività in cui il fattore umano può dare un valore aggiunto. Diventa quindi importante in modo crescente, come sottolinea il rapporto Ocse “The future of work”, dotare le nuove generazioni di una formazione di base solida e di competenze avanzate. Ma non basta. Per potenziare i percorsi delle nuove generazioni e abbinare al rialzo domanda e offerta di lavoro – aumentando produttività e competitività del Paese – è necessario poter favorire anche l’abbinamento tra conoscenze tecnico-scientifiche e cultura umanistica, tra competenze digitali e competenze trasversali, tra intelligenza artificiale e intelligenza emotiva, tra antropologia delle nuove generazioni e tecnologia avanzata, tra abilità manuale e attività creativa, tra propensione all’innovazione e valore dell’esperienza.

Nulla di tutto questo è possibile se, come evidenzia l’Ocse in un altro rapporto (“Strategie per le competenze”), l’Italia continua a rimanere intrappolata in un low-skills equilibrium, in cui la debolezza dell’offerta si combina con «bassi investimenti in tecnologie che richiedono alte competenze dei lavoratori e con scarsa adozione di pratiche di lavoro che ne migliorino la produttività».

Una debolezza che riscontriamo nelle stesse risposte all’emergenza prodotta da Covid-19: ci troveremmo ora in migliori condizioni con scuole più preparate (dotate di adeguate strumenti e competenze) nell’erogare didattica a distanza e con aziende più avanzate nelle modalità di smart working.

Rischia allora di rivelarsi un’illusione fatale l’idea che lasciando le cose come stanno la soluzione agli squilibri demografici possa semplicemente arrivare da robot e algoritmi che automaticamente vanno a controbilanciare il minor numero di persone in età attiva. Rispetto a questa sfida, il report del Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo delinea per l’Italia due scenari opposti alla fine di questo decennio. Il primo è quello in cui il Paese cresce mettendo attivamente in connessione positiva competenze avanzate e aggiornate delle nuove generazioni con le nuove opportunità della rivoluzione tecnologica, parte di un solido piano che compensa la riduzione della forza lavoro con aumento di produttività e occupazione di qualità.

Il secondo è quello di un Paese che rimane debole, che non cresce, che non espande settori strategici che servono a renderlo più competitivo (facendo leva sulle idee, sulla formazione, sulla qualità del fattore umano delle nuove generazioni), con conseguente basso rendimento dell’istruzione e con automazione usata più per risparmiare sul costo del lavoro che per migliorare il contributo dei lavoratori sulla qualità di prodotti e servizi. In questo secondo scenario la riduzione della forza lavoro in combinazione con formazione fragile e scarsa valorizzazione del capitale umano, fa avvitare il Paese in un percorso di basso sviluppo, che a sua volta riduce le opportunità di lavoro qualificato in Italia (e incentiva la ricerca di migliori prospettive all’estero). Andrebbe così ulteriormente ad accentuarsi il paradosso italiano di aver nuove generazioni demograficamente meno consistenti, ma anche meno incluse e valorizzate all’interno dei processi di sviluppo del Paese.

Ancor più, quindi, per l’Italia e tanto più dopo questa emergenza, la possibilità di tornare a crescere è legata alla capacità di cogliere il meglio delle opportunità che la tecnologia abilitante (nel suo senso più ampio) può offrire al sistema Paese. L’alternativa è rassegnarsi a veder diventare insostenibile il peso degli squilibri rispetto alla nostra forza produttiva.

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