Convegno al Senato in sala Zuccari

Cognome dei figli, ultima chiamata per la legge sulla libertà di scelta

Se non sarà calendarizzato, l’approvazione del disegno di legge sulla pari dignità dei genitori per l’attribuzione del cognome ai figli finirà alla prossima legislatura.

di Marco Ludovico

(Adobe Stock)

3' di lettura

La riforma del cognome non è un fatto burocratico. Sono in gioco la tutela dell’identità personale e l’attuazione del principio della pari dignità e dell'uguaglianza tra i sessi. Neanche cinque anni, però, sono bastati a Governo e Parlamento per dare seguito non a un impulso improvviso dettato dalla moda del momento, ma alla sentenza storica della Corte Costituzionale dell’8 novembre 2016. Quando la Consulta dichiarò illegittima l'automatica attribuzione del cognome paterno al figlio.

Giro finale e ultima occasione di legislatura

Ieri nella sala Zuccari del Senato, su iniziativa e con il coordinamento di Valeria Fedeli (Pd), si è svolto l’incontro «Cinque anni devono bastare per la riforma del cognome». Più che devono, dovrebbero. Ma finora così non è stato. Nonostante le numerose proposte parlamentari presentate anche nel corso di questa legislatura. L’iniziativa è partita dalla Rete per la Parità con il Cndi-Consiglio Nazionale delle Donne Italiane e InterClubZontaItalia. Il dibattito, va detto, ha lanciato segnali trasversalli costruttivi e positivi. Hanno partecipato le rappresentanti di palazzo Madama dell’intergruppo do recente costituito. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà. La titolare per le Pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti. In rappresentanza della responsabile dell’Interno, Luciana Lamorgese, il prefetto Claudio Sgaraglia, capo dipartimento per gli Affari interni e territoriali. La svolta positiva per la riforma potrebbe arrivare.

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I nodi in campo

Il convegno si è aperto con il messaggio della Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: ha evidenziato come il doppio cognome costituisca «un obiettivo di uguaglianza e civiltà» da raggiungere «con il concorso di tutte le forze parlamentari entro questa legislatura». Rosanna Oliva de Conciliis, presidente della Rete per la Parità, ha sottolineato: «Siamo ancora in attesa della riforma organica definita indifferibile ben cinque anni fa dalla Corte costituzionale. Vanno eliminate senza più alcun indugio norme in contrasto con il principio della pari dignità e dell'uguaglianza tra i sessi». E ha aggiunto: della riforma del cognome non devono farsi carico solo le donne perché «è lesa anche la tutela della identità sancita dall’articolo 2 della Costituzione.

Le questioni applicative

Altro aspetto critico è la questione applicativa della sentenza del 2016: l’avvocato Susanna Schivo ha messo in luce come «bisogna impedire che le persone abbiano diritti che poi non possono esercitare». Linda Laura Sabbadini, Chair W20 e direttrice Istat, ha messo in evidenza: «È importante conoscere quante persone hanno chiesto di aggiungere il cognome della madre all’atto dell’iscrizione anagrafica e quante, allo stesso scopo, hanno presentato istanza al prefetto per il cambio di cognome. Da tali dati - sottolinea - potrà anche emergere la necessità di un’deguata e tempestiva informazione destinata ai genitor».

Il testo auspicato

La Rete per la Parità ha messo a punto un testo dove si prevede il doppio cognome per legge formulando la seguente modifica al codice civile: «Al figlio di genitori coniugati è attribuito il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dagli stessi indicato o il cognome del padre o il cognome della madre, secondo le dichiarazioni rese all’ufficiale di stato civile. In caso di mancato accordo - dice l’articolato - al figlio è attribuito il cognome di entrambi i genitori in ordine alfabetico». Il dibattito in sala Zuccari ha fatto emergere una condivisione di sostanza su questo dettato normativo. Il Parlamento, insomma, dopo anni sembra avere le condizioni per approvare una riforma così tanto attesa. Se così non fosse, di fronte al dilungarsi delle decisioni rischia di vedere la sostituzione delle sue prerogative con un altro intervento della Corte Costituzionale.

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