Analisi

Coi dazi sulla soia Pechino mira al cuore dell’economia e della politica Usa

di Sissi Bellomo

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3' di lettura

Con i dazi sulla soia la Cina ha schierato un’arma pericolosa contro gli Stati Uniti, tanto pericolosa che molti analisti tendevano a escludere che Pechino avrebbe osato utilizzarla.

La sua comparsa nell’elenco dei 106 prodotti oggetto di ritorsioni commerciali ha preso in contropiede il mercato, provocando un immediato crollo delle quotazioni:  al Chicago Board of Trade (Cbot) i semi di soia sono arrivati a perdere oltre il 5%, scendendo sotto la soglia psicologica dei 10 dollari per bushel, seguiti a ruota da altri prodotti agricoli su cui la Cina ha minacciato dazi. Tra questi il mais e il cotone, che sono scivolati entrambi di oltre il 4%.

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I venti di guerra commerciale hanno influito negativamente su tutti i mercati finanziari e le materie prime in particolare sono state oggetto di vendite diffuse, così come i noli marittimi: l’indice relativo alle navi capesize è addirittura affondato di oltre l’8% al Baltic Exchange.

La soia rappresenta comunque un caso a parte. Premere il grilletto dei dazi – cosa che tecnicamente non è ancora avvenuta – significherebbe sparare un colpo al cuore dell’economia e anche della politica americana, visto che gli Stati a vocazione agricola sono stati un grande serbatoio di voti per Donald Trump.

Nessun altro prodotto agricolo (e in generale ben pochi prodotti) pesano così tanto nella bilancia commerciale degli Usa e la dipendenza dalla Cina è enorme: l’export ha generato 22,3 miliardi di dollari l’anno scorso e di questi 14,6 miliardi sono arrivati grazie agli acquisti di Pechino. Questi ultimi hanno superato 30 milioni di tonnellate. pari a circa un terzo del raccolto e oltre il 60% delle esportazioni totali del legume.

L’entrata in vigore dei dazi cinesi, che dipenderà dall’evolvere delle trattative con Washington, potrebbe provocare danni pesanti. Secondo uno studio commissionato dallo Us Soybean Export Council alla Purdue University dazi del 30% (quindi un po’ più alti del 25% ipotizzato da Pechino) farebbero crollare del 40% le esportazioni americane di soia e la produzione Usa potrebbe ridursi del 17% nel medio termine, con una perdita annuale per l’economia di 3,3 miliardi di dollari.

Ci sarebbe comunque il rischio di un contraccolpo anche per la stessa Cina, che importa enormi quantità di soia per sfamare il bestiame: l’anno scorso ha assorbito due terzi di tutte le esportazioni mondiali, ossia circa 100 milioni di tonnellate.

Pechino difficilmente potrà sostituire del tutto le forniture «made in Usa», ma un aggravio del costo dei mangimi rischia di provocare un rincaro delle carni, con un danno per i consumatori locali e una probabile impennata dell’inflazione: le carni suine hanno un peso importante nel paniere con cui si calcolano i prezzi al consumo in Cina.

Pechino già oggi acquista più soia dal Brasile che dagli Usa. E il ciclo delle stagioni per ora gioca a suo favore: sul mercato stanno arrivando i raccolti sudamericani (anche se l’Argentina, terzo fornitore globale di soia, ha subito danni a causa della siccità) e fino a settembre ci saranno ampie possibilità di evitare la soia «made in Usa».

In seguito tutto diventerà più difficile per la Cina. Ma non è detto che i dazi finiscano con l’entrare davvero in vigore. Un’arma può essere un ottimo deterrente anche se non sparerà mai un colpo. Come le testate nucleari ai tempi della guerra fredda.

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