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Col balzo del petrolio di inizio anno lo shale oil fa il pieno di denaro

La breve impennata del petrolio a inizio anno è stata un’occasione d’oro per le compagnie Usa, che hanno fatto operazioni di hedging, proteggendosi dal rischio di futuri ribassi

di Sissi Bellomo


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(Ehlers Chad / AGF)

3' di lettura

Sono bastati pochi giorni di rally del petrolio, sull’onda delle tensioni Usa-Iran, per ridare ossigeno alle disastrate società dello shale oil. Compagnie indebitate fino al collo, alle quali le banche avevano voltato le spalle, si sono viste riaprire l’accesso al mercato dei capitali nelle prime due settimane di gennaio, quando sono riuscite a collocare obbligazioni spazzatura per 9,45 miliardi di dollari (su un totale di 14,9 miliardi di emissioni junk): volumi che in un periodo così breve non si vedevano dal 2014, prima della grande crisi del settore.

Con il Wti che schizzava – sia pure brevemente – sopra 65 dollari al barile e il Brent oltre quota 70 dollari nel giorno dell’Epifania, molti frackers hanno anche colto l’occasione per effettuare operazioni di hedging, in modo da assicurarsi un prezzo di vendita remunerativo per la futura produzione di greggio.

Strategie analoghe, secondo fonti Bloomberg, sarebbero state adottate anche da compagnie che operano nel Mare del Nord: una relativa novità rispetto al passato, che insieme all’attenuarsi dell’allarme geopolitico in Medio Oriente ha contribuito alla rapida discesa delle quotazioni del barile.

Il Wti ha ormai ripiegato intorno a 58 dollari e il Brent a circa 64 dollari, entrambi in ribasso nella seduta di ieri, su cui hanno pesato i dubbi sui prossimi passi del negoziato commerciale Usa-Cina e le statistiche Eia: nella settimana al 10 gennaio c’è stato un enorme e inatteso aumento delle scorte di carburanti negli Stati Uniti (quasi 15 milioni di barili) e la produzione di petrolio a stelle e strisce ha bruciato l’ennesimo record, raggiungendo 13 milioni di barili al giorno.

L’effetto calmiere dello shale oil sui prezzi è diventato una costante, con una doppia azione ribassista: da un lato i barili «made in Usa» spostano l’equilibrio dei fondamentali, garantendo un’offerta abbondante, resiliente e flessibile; dall’altro i frackers influenzano i mercati finanziari, facendo da contraltare a eventuali speculazioni rialziste dei fondi.

Le attività di hedging dei produttori (ribassiste perché implicano vendite differite) sono aumentate moltissimo negli ultimi due anni secondo Citigroup, arrivando a «dominare la liquidità sui contratti a 12-18 mesi e mettendo un limite alla tenuta delle impennate dei prezzi», anche a quelle ispirate da reali rischi geopolitici. «La curva dei prezzi di medio-lungo termine si è stabilizzata, riducendo l’impatto dei flussi speculativi», affermano gli analisti della banca.

Lo shale oil – eterna fenice che risorge dalle sue ceneri – è tornata a preoccupare l’Opec, che presto dovrà rivedere l’accordo sui tagli produttivi basandosi su scenari di mercato che appaiono più incerti. Ieri si è diffuso il rumor di un rinvio del vertice della coalizione Opec Plus, fissato per il 5-6 marzo a Vienna.

Le voci, riferite dall’agenzia russa Tass, sono state smentite dal ministro dell’Energia Alexandr Novak, che però a distanza di poche ore ha perso l’incarico con le dimissioni del governo russo: continuerà a ricoprire l’incarico ad interim, ma se il rimpasto prevedesse la sua sostituzione per l’Opec Plus sarebbe un serio grattacapo. Novak è emerso come la figura più influente nel corso degli ultimi vertici e il suo ruolo è cresciuto ancora dopo il «licenziamento» del ministro saudita Khalid Al Falih.

L’Opec nel bollettino mensile di gennaio ha alzato a 2,35 mbg la stima sulla crescita della produzione di greggio dei Paesi concorrenti nel 2020: volumi quasi doppi rispetto all’incremento atteso per la domanda (benché anche questo sia stato alzato, a un superottimista +1,22 mbg). Motivo delle revisioni: «le politiche monetarie che continuano ad essere accomodanti, insieme a un miglioramento dei mercati finanziari».

Ad approfittare della situazione saranno soprattutto i produttori Usa. Grazie all’hedging ora sono più protetti in caso di futuri ribassi del petrolio (un aspetto che rassicura le banche creditrici), con l’ultimo boom di emissioni obbligazionarie hanno portato un po’ di fieno in cascina, ristrutturando debiti “tossici” troppo vicini alla scadenza. Anche i tassi di interesse bassi aiutano a controllare il rischio di insolvenza.

Dulcis in fundo, ora si riaprono anche le porte della Cina: con la Fase 1 degli accordi commerciali, Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa prodotti energetici per 52,4 miliardi di dollari extra nei prossimi due anni.

Per approndire:
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