Gli effetti del Covid

Coldiretti-Censis: resta la paura del ristorante e che il cibo possa finire

Secondo il primo Rapporto sulle abitudini alimentari aumentano gli italiani a rischio povertà, soprattutto senza uno stop all’inflazione. Ma si è disposti a pagare di più per i prodotti di qualità e sostenibili

di Emiliano Sgambato

(pedrotalens.com - stock.adobe.com)

4' di lettura

Se l’inflazione non si fermerà e confermerà gli aumenti che si paventano in questi mesi – nelle bollette, nel carrello alimentare e non solo – saranno almeno 4,8 milioni gli italiani a rischio di povertà alimentare: famiglie che hanno tenuto botta durante la pandemia ma che hanno un budget dagli equilibri precari. È quanto emerge dal primo Rapporto Coldiretti/Censis sulle abitudini alimentari degli italiani nel post Covid presentato in occasione dell'inaugurazione del Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione, organizzato dalla Coldiretti con la collaborazione dello studio The European House – Ambrosetti, a Villa Miani a Roma.

L’inflazione pesa sui più deboli

«In una situazione resa difficile dalla pandemia basta un rialzo dei prezzi beni alimentari a rendere a una larga fascia della popolazione molto difficile garantire i pasti sempre e comunque. A questi – continuano Coldiretti/Censis – si aggiunge peraltro un 17,4% di italiani già consapevole che dovrà restare ancorato alle sole spese basic, tra casa e alimentazione, per la paura di non farcela».

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Il rischio è che l’aumento dei costi energetici e delle materie prime – dai carburanti ai fertilizzanti, dagli imballaggi fino ai mangimi – abbiano un effetto a valanga sulla spesa. «Dinanzi a una situazione inedita serve responsabilità della intera filiera alimentare con accordi tra agricoltura, industria e distribuzione per garantire una più equa ripartizione del valore per salvare aziende agricole e stalle», ha sottolineato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

Un italiano su 4 teme che il cibo possa finire

Il 24% degli italiani, secondo il Censis, ha paura che con un riaggravarsi dell'emergenza pandemica possa finire il cibo nei negozi. Se grazie alla filiera che ha continuato a lavorare anche in piena emergenza non si è assistito alle scene di accaparramento di massa viste in altri Paesi del mondo – ricordano Coldiretti e Censis – la paura della carenza di generi alimentari di un quarto degli italiani indica che si tratta di un settore strategico.

«Per questo i cittadini chiedono sia potenziata e tutelata l'agricoltura nostrana nella quale vedono una garanzia per la fornitura regolare degli scaffali ma anche per la propria sicurezza», sostiene Coliretti, preoccupata per la crisi della supply chain a livello mondiale causata da Covid e di cui stiamo pagando le spese come importatori e trasformatori. È quindi «necessario recuperare il deficit del 64% del frumento tenero e del 40% per il frumento duro destinato alla produzione di pasta, mentre copre appena la metà (53%) delle fabbisogno di mais, fondamentale per l'alimentazione degli animali e per le grandi produzioni di formaggi e salumi Dop. Un trend negativo che riguarda anche la soia nazionale che soddisfa meno di 1/3 (31%) dei consumi domestici, secondo dati Ismea». «In Italia – continua Coldiretti – si munge nelle stalle nazionali il 75% del latte consumato e si produce il 55% della carne necessari ai consumi nazionali con l'eccezione positiva per la carne di pollo e per le uova per le quali l'Italia ha raggiunto l'autosufficienza e non ha bisogno delle importazioni dall'estero».

Un terzo degli italiani ha paura del ristorante

Un altro fenomeno che emerge dal Rapporto sulle abitudini alimentari degli italiani nel post Covid è che, nonostante la voglia di tornare nei luoghi in cui ci si diverte e si sta insieme a tavola, il 32% degli italiani ha ancora paura di mangiare al ristorante con la risalita dei contagi e il rischio che molte regioni finiscano in zona gialla, pur con una netta diversificazione tra le varie fasce dì età: se tra i giovani tra i 18 e i 34 anni la percentuale di “timorosi” scende al 18%, tra gli over 65 sale al 50%. Il 38% degli italiani stenta a tornare nelle sagre e il 45% non se la sente di partecipare a degustazioni (51%).

Nonostante ciò, «l'avanzare della campagna di vaccinazione sembra per ora smentire il rischio di una società italiana destinata anche nelle scelte a tavola a ripiegarsi su se stessa – sottolineano Coldiretti/Censis -, attaccata alle piattaforme di food delivery come esito della scoperta di comodità e convenienza dell'economia della doppia D, digitale e domiciliare».

Stop agli sprechi, torna la gavetta

La pandemia ha reso gli italiani più sensibili agli sprechi, con ben il 94% che è diventato attento a evitare di buttare nella spazzatura gli alimenti che acquista. «L’attenzione a non gettare il cibo sembra rientrare tra le abitudini emergenziali destinate a rimanere – sottolineano Coldiretti e Censis – a partire dall'uso di portare la gavetta in ufficio, magari utilizzando gli avanzi della sera prima. Il 57% degli italiani continua a portarsi il pranzo da casa per consumarlo sul posto di lavoro a distanza di sicurezza dai colleghi».

Al contrario, sembrano rientrare alcune consuetudini alimentari che i lunghi periodi di lockdown e le misure di restrizione avevano spinto, come la preparazione fai da te dei piatti. Lo testimonia il crollo degli acquisti di due prodotti simbolo delle chiusure in casa come la farina e le uova.
Arretrano anche i prodotti confezionati che in piena pandemia avevano fatto segnare un incremento dell'8%. Al contrario, decolla il fresco, ad esempio l'ittico (+27% nel primo semestre 2021), a testimonianza quindi di un primo ritorno alle vecchie abitudini. Ma crescono anche i “prodotti ricompensa”, soprattutto nel comparto delle bevande, dove la spesa è ulteriormente cresciuta (rispetto al 2020) del 7,7%.

Disposti a pagare di più per la sostenibilità

L'88% degli italiani è disposto a pagare di più per il cibo sostenibile che non inquina, prodotto con logica da economia circolare, l'83% lo farebbe per avere prodotti tracciabili e il 73% per acquistare una specialità proveniente da un determinato territorio. «Nonostante campagne di marketing aggressive che cercano di far passare come green alimenti ipertecnologici – spiegano Coldiretti/Censis – in tempo di pandemia gli italiani continuano ad identificare il cibo sostenibile con quello tipicamente italiano».

La social reputation delle aziende produttrici è importante per il 90% dei consumatori, e per il 50% di questi decisiva, con la componente essenziale della buona reputazione che viene identificata nella sua territorialità. Oltre otto italiani su dieci (82%) dichiara di «mangiare solo quel che conosce», cercando informazioni sulle caratteristiche degli alimenti da portare in tavola e verificando attentamente gli ingredienti in etichetta.

E il 62% dei consumatori si dichiara disposto a pagare fino al 10% in più del prezzo pur di garantirsi la tracciabilità di quanto porta in tavola, mentre il 21% pagherebbe anche oltre il 10% in più, secondo Coldiretti/Censis. «La trasparenza, assicurata soprattutto dall'origine in etichetta – è il commento di Coldiretti – è cercata per avere la certezza di portare in tavola cibo made in Italy».

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