Il festival al via

Coldiretti: «Salviamo i fiori di Sanremo». Il caro-energia spegne le serre

Il comparto del florovivaismo, che in Italia vale 2,7 miliardi, è messo in ginocchio anche dagli aumenti di vetro, plastica e fertilizzanti

di Micaela Cappellini

(Ansa)

2' di lettura

Salviamo i fiori del festival. La Coldiretti approfitta del palcoscenico della 72esima edizione di Sanremo per lanciare un appello in soccorso del florovivaismo italiano, messo in ginocchio dalla fiammata dei prezzi dell’energia. Al primo posto del caro-bolletta ci sono i costi di riscaldamento delle serre, ma sui vivai made in Italy pesano anche i rincari dei carburanti per la movimentazione dei macchinari e l’aumento dei costi per i fertilizzanti, per i vasi e per i cartoni. L’urea, materia prima per i fertilizzanti, è aumentata del 143%, le torbe sono aumentate del 20%, la plastica per i vasi del 72%, il vetro del 40% e la carta del 31%.

Se in altri settori dell’agroindustria è possibile concentrare le operazioni colturali nelle ore di minor costo dell’energia elettrica, per le imprese florovivaistiche non è possibile interrompere le attività, pena la morte delle piante o la mancata fioritura.

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Le rose ad esempio hanno bisogno di una temperatura fissa di almeno 15 gradi per fiorire e lo stesso vale per le gerbere, mentre per le orchidee servono almeno 20-22 gradi per fiorire e in assenza di riscaldamento muoiono. Chi non riesce e far fronte agli aumenti ha di fronte a sé un’unica via, quella di spegnere le serre e cercare di riconvertire la produzione.

In Italia il comparto florovivaistico, di cui la riviera ligure rappresenta uno dei poli nazionali, vale oltre 2,57 miliardi di euro, generati da 27mila aziende, con un indotto complessivo di 200mila occupati. La scomparsa dei fiori italiani dai mercati, scrive la Coldiretti, rischia peraltro di favorire le importazioni da Paesi stranieri che nel 2021 hanno già fatto registrare un aumento del 20% in valore: «Spesso si tratta di prodotti ottenuti dallo sfruttamento, come nel caso delle rose dal Kenya per il lavoro sottopagato e senza diritti, oppure in quello dei fiori dalla Colombia e dall’Ecuador, dove ad essere penalizzate sono le donne».

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