GUIDA RAPIDA / 1

Colf e badanti in casa con le carte in regola

Nel 2017 spesi 6,9 miliardi per gli addetti all'aiuto e assistenza, senza contare però il milione di lavoratori «in nero»

di Marta Casadei


2' di lettura

Sono lontani i tempi dei nutriti staff per l’assistenza domestica che, dal commis di cucina alla cameriera personale, popolavano le case degli aristocratici in stile Downton Abbey. A meno che, ovviamente, non si guardi a famiglie reali o a realtà hollywoodiane.

Eppure, nel 2017, gli italiani hanno speso complessivamente 6,9 miliardi di euro per i lavoratori domestici regolari: 5,6 miliardi in retribuzioni, quasi un miliardo in contributi totali e 400 milioni di euro in trattamenti di fine rapporto. La fotografia arriva da una recente elaborazione di The European House -Ambrosetti su dati Domina presentata con Openjobmetis. E aiuta a inquadrare un fenomeno in evoluzione.

Il dato è relativo alla spesa complessiva in lavoratori domestici, categoria che comprende sia i collaboratori familiari sia le badanti. In generale, si tratta soprattutto di donne: l’88,6% dei 964.235 lavoratori domestici registrati dall’Inps nel 2018.

Analizzando le due categorie di lavoratori nel dettaglio, tuttavia, emerge un andamento opposto: se, infatti, tra i 2008 e il 2017 il numero delle colf assunte dalle famiglie italiane è sceso, in media, dell’1,4% all’anno, passando da quota 533,6 mila a 469,9 mila, quello delle badanti è salito del 15,1% all’anno, per assestarsi a 393.500 mila persone assunte per assistere gli anziani a livello domiciliare. Le cause non sono difficili da rintracciare: da un lato la crisi economica che ha ridotto il budget delle famiglie, dall’altro l’invecchiamento della popolazione che ha spostato sull’assistenza agli anziani il baricentro del lavoro domestico.

Il sorpasso non c’è, però, ancora stato: circa il 60% degli addetti svolge mansioni legate ai lavori domestici e pulizia della casa, senza fornire assistenza a persone non autosufficienti.

I dati, che ovviamente rilevano solo la quota di lavoratori “emersa” (a fronte di oltre un milione di irregolari stimati), forniscono le dimensioni di un percorso, quello dell’assunzione del collaboratore, che vede coinvolte direttamente le famiglie. A partire dal contratto: quello nazionale è scaduto nel 2016 e, proprio in questi giorni, sono in corso a Roma alcuni incontri; il rinnovo entro il 31 dicembre rimane l’obiettivo primario, ma potrebbe non essere rispettato.

Il datore di lavoro spesso si trova in difficoltà per mancanza di competenze e, sempre secondo le stime di Ambrosetti, individua tra le principali complessità del rapporto con il collaboratore domestico i problemi sul salario (14%), quelli sull’orario di lavoro (16%), burocratici, anche per il permesso di soggiorno,(5%).

Ci sono poi i temi della tassazione e dei contributi: le famiglie, infatti, non hanno il ruolo di sostituto d’imposta per i lavoratori domestici e l’onere di versare le imposte spetta direttamente ai lavoratori. Non tutti lo fanno, anzi: includendo le addizionali regionali e comunali Irpef si stima che colf e badanti evadano circa un miliardo di euro l’anno. Appare comunque esclusa, per il momento, l’ipotesi  di introduzione di una ritenuta “alla fonte” sullo stipendio di colf e badanti per arginare il fenomeno dei mancati versamenti.

Diversa la questione contributi, affrontata nel dettaglio a pagina 4 della guida: a saldare gli importi, con cadenza trimestrale, è direttamente la famiglia. L’Inps fornisce ogni anno le nuove tabelle per il calcolo (per quest’anno a fissare gli importi è stata la circolare 16 pubblicata il 1° febbraio 2019).

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