Sulle colline pisane

Colline Albelle, collezione di vini in purezza

di Silvia Pieraccini

2' di lettura

Galeotto fu il viaggio in Toscana. Dilyana Vasileva e Irena Gergova, produttrici di vino in Bulgaria, nella valle dello Struma e sulla costa del mar Nero, anni fa trascorsero con i mariti una vacanza in Toscana e, tra una visita d'arte e una degustazione di vini, conobbero l'enologo francese Julian Reneaud. Ne è nato un sodalizio societario che ha portato all'acquisto nel 2019 di una tenuta di 30 ettari a Riparbella, piccolo borgo medievale sulle colline pisane che guarda il mare, e al varo di un progetto vinicolo che ora sta vedendo la luce.

Si chiama Colline Albelle (dall'antico nome di Riparbella che era Ripa Albella, cioè Ripa bianca), per adesso conta su dieci ettari di vigneti (destinati a diventare 20) e sui sui due pilastri enologici del trentenne Reneaud: «Innanzitutto lavorare soprattutto con vitigni autoctoni come il Ciliegiolo, il Vermentino, il Sangiovese e il Canaiolo bianco che abbiamo riscoperto nella tenuta – spiega - valorizzandoli al massimo attraverso l'utilizzo in purezza, senza impiegarli per fare blend come di solito avviene; e poi sperimentare tecniche di vinificazione alternative. Faccio solo vini in purezza: una particella, un vitigno, un vino».

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Il primo risultato di questa filosofia è appena sbarcato sul mercato: Colline Albelle Inbianco, prodotto in 2.500 bottiglie, è un vermentino, vendemmia anticipata in agosto che dà una gradazione leggera (10,2%), fresco e floreale, vinificato in acciaio e in parte, per pochi mesi, affinato in barrique. Sarà seguito nel giugno 2022 da Colline Albelle Inrosso, declinazione del Merlot. La collezione di vini in purezza sarà completata con Sangiovese (si chiamerà Serto), Ciliegiolo (Altenubi) e Canaiolo Bianco (Halis).

Reneaud è convinto che il territorio di Riparbella, nell'entroterra di Cecina, ricco di suoli tufacei e sabbiosi, abbia un grande potenziale vinicolo e turistico. Per questo Colline Albelle è un progetto che poggia su più gambe: oltre all'espansione dei vigneti, è prevista la costruzione di una cantina, la ristrutturazione della villa storica in cui saranno ricavate sei camere da affittare e una piscina alimentata da una sorgente d'acqua a 23 gradi. L'investimento complessivo vale dieci milioni di euro.

A guidarlo sarà la sostenibilità, innanzitutto quella ambientale: i vigneti sono già in conversione al biologico e puntano alla certificazione biodinamica. «L'integrità della Terra è il futuro delle prossime generazioni – dice Irena Gergova – per questo abbiamo il dovere di scegliere le azioni più rispettose dell'ambiente sia nella vita quotidiana che nel lavoro. È un impegno inderogabile».

L'investimento del trio bulgaro-francese a Riparbella non è isolato: viticoltori internazionali sono già presenti nell'area con le aziende Caiarossa e La Cava, accanto a Massimo Ferragamo (uno dei sei figli di Salvatore che controlla la casa di moda) con la tenuta Prima Pietra, e alle tenute Urlari di Roberto Cristoforetti, Podere La Regola della famiglia Nuti, Duemani dell'enologo Luca D'Attoma. L'esempio da seguire, per qualità e prestigio dei vini, è a un tiro di schioppo e si chiama Bolgheri.

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