Bogotà

Colombia, vince Duque ma sarà ballottaggio con l’avversario Petro

di Roberto Da Rin

Colombia: Duque in testa, ma si va a ballottaggio

3' di lettura

La Colombia della pacificazione non ha scelto al primo turno il suo nuovo presidente; sarà necessario attendere il ballottaggio del 17 giugno. Intanto questo Paese polarizzato si interroga sul proprio destino: un’altra falsa partenza, da aggiungere alle “Storie della disperanza” del grande scrittore colombiano Alvaro Mutis o una vera ripartenza? Ivan Duque, con il 39,11% dei voti, ha conquistato la maggioranza dei voti. È il candidato del Centro democratico, partito di destra. L’avversario Gustavo Petro, di sinistra, ha incassato il 25,10 per cento. Alta l’affluenza alle urne, è stata superata la soglia del 50% degli aventi diritto.

La grande sorpresa del primo turno è stata la performance di Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin e ora candidato indipendente, che ha conquistato il terzo posto con 4,5 milioni di voto. Sarà lui a dirimere la disputa tra i due facendo confluire i voti a Duque o a Petro. Il principale tema affrontato dai candidati è l’accordo di pace con le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia): troppo generoso e quindi da ridiscutere, secondo Duque, erede politico dell’ex presidente di destra, Alvaro Uribe.

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Invece Petro, in contrasto con i toni concilianti del candidato conservatore, ha presentato la sfida del ballottaggio come «l’incarnazione di un duello storico che esiste da tempo nella storia colombiana», invitando i suoi concittadini a «fare una scelta, tra un’era di pace o una Colombia in guerra».

L’accordo di pace con le Farc - fortemente osteggiato da Uribe, mentore di Duque - la lotta contro la corruzione politica, la necessità di riforme economiche per ridurre la spesa pubblica e la crisi nella vicina Venezuela, da dove emigrano migliaia di persone in fuga dalla crisi saranno i temi che domineranno inevitabilmente il dibattito pre-elettorale.

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Gli incentivi alle imprese
La svolta di pace, pur complessa e certamente non completata (vi sono circa 400 guerriglieri ancora in attività, il 7% del totale, ovvero quei “dissidenti” che non hanno riconosciuto gli accordi) procede e il governo di Bogotà ha pensato di introdurre incentivi e pacchetti di promozione per l’insediamento delle imprese. Che molte hanno accettato: l’introduzione di zone franche in cui si produce pagando solo una imposta fissa, una “flat tax” del 20%, ha favorito l’approdo di molti gruppi. Anche perché le facilitazioni prevedono esenzioni dell’Iva e dei dazi di import-export. Le imprese italiane hanno risposto all’appello investendo 400milioni e facendo lievitare l’interscambio commerciale a 1,3 miliardi di euro all’anno.
Il presidente Santos - pur con un passato da ministro della Difesa che ha suscitato aspre critiche nella gestione del Plan Colombia (i fondi provenienti dagli Stati Uniti per combattere il narcotraffico) - ha il merito di aver traghettato il Paese oltre la soglia di un conflitto che pareva interminabile. «La pace è irreversibile, chiunque vinca non potrà fare marcia indietro». Anche se, contestualmente, chiede tempo e pazienza a chi critica il merito degli accordi di pace siglati a L’Avana con i guerriglieri e poi sottoposti a referendum in Colombia.

La società colombiana rimane divisa e - lo ammette lo stesso Santos - polarizzata. Eppure ostenta il suo ottimismo e ricorda che vi sono 15 anni di tempo per implementare gli accordi siglati. “Saranno i comuni denominatori di pace e sviluppo economico ad abbattere le ultime resistenze. E, riguardo all’altro tema caldo, la migrazione dal Venezuela, pare determinato: «Saremo generosi con i venezuelani e implacabili con il regime di Nicolas Maduro».
La Colombia ha mostrato negli ultimi anni delle buone performance di crescita, superiori al 4% all’anno anche se la produzione di coca, negli ultimi anni, è aumentata. Il nodo di sempre.

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