temperature ed economia

Più caldo, meno Pil: il climate change pesa su economia e quotazioni

Per l’Fmi «il cambiamento climatico resta una minaccia per la salute e le vite umane in molti Paesi, ma anche un minaccia per l’attività economica». Lo Us Global Change Research Programme stima che negli Usa, uno dei Paesi più ricchi e resilienti al mondo, 3 gradi in più si traducono in 4% di Pil in meno a fine secolo rispetto allo scenario di temperature immutate

di Andrea Goldstein


Climate change, cosa succede se non fermiamo il riscaldamento globale

4' di lettura

Se “piove, governo ladro” funziona sempre come formula retorica, e a maggior ragione in questa lunga stagione di ardori anti-establishment, di chi è la colpa quando invece non cade una goccia d’acqua? «It’s the climate change, stupid», viene da dire parafrasando Bill Clinton, e le implicazioni per l’economia sono molteplici, come ha ricordato l’Fmi nell’interim report del World economic outlook.

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Il cambiamento climatico «resta una minaccia per la salute e le vite umane in molti Paesi, ma anche un minaccia per l’attività economica», dice l’istituzione fondata esattamente 75 anni fa, quando a nessuno sarebbe venuto in mente che la meteorologia sarebbe stata una preoccupazione per la stabilità finanziaria globale.

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I canali di trasmissione sono molteplici quanto le manifestazioni del cambiamento climatico. La più ovvia è l’aumento della temperatura media su tutto il pianeta che si associa a siccità e minori raccolti. In più già oggi si osserva una maggiore frequenza di fenomeni estremi come tornadi e uragani. Lo Us Global Change Research Programme stima che negli Usa, uno dei Paesi più ricchi e resilienti al mondo, 3 gradi in più si traducono in 4% di Pil in meno a fine secolo rispetto allo scenario di temperature immutate.

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A soffrire di più saranno comunità e individui che già sono più vulnerabili, per esempio in zone rurali, calde e povere, maggiormente dipendenti dal rendimento dei raccolti ed esposti ai mercati delle commodity volatili. E laddove il clima è già oggi temperato, non si risparmia sulla bolletta dell’elettricità, come invece avverrà a Nord dove le temperature più miti consentiranno di usare meno il riscaldamento.

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Di questi effetti redistributivi è vivida testimonianza la crisi migratoria che stanno vivendo i Paesi del cosiddetto Triangolo del Nord. È da El Salvador, Guatemala e Honduras che partono in migliaia ogni giorno prendendo qualsiasi rischio pur di raggiungere l’Eldorado - e purtroppo non pochi fanno la fine tragica di Angie , la bimba salvadoregna che con il padre ha trovato la morte cercando di attraversare il Rio Grande . La maggioranza viene da zone rurali, dove la povertà monetaria si accompagna alla fame e alla malnutrizione, flagelli che decenni di politiche di cooperazione allo sviluppo non sono riusciti a debellare. A causa non tanto della mancanza di risorse, o di competenze tecniche, quanto del malgoverno che impedisce di adottare e implementare le politiche adeguate e in compenso alimenta la corruzione, il narcotraffico e la criminalità organizzata (in particolare le tristemente celebri maras come la Salvatrucha, attiva anche a Milano).

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Tutti problemi che la siccità sta esacerbando. Ad aprile la Fao e il Wfp, proprio le due agenzie Onu che hanno sede a Roma, hanno lanciato un appello alla comunità internazionale, diffondendo cifre spaventose per Paesi che hanno livelli di reddito e condizioni di vita materiali ben superiori all’Africa sub-sahariana: 1,4 milioni di persone hanno bisogno di assistenza alimentare urgente, 2,2 milioni hanno perso il raccolto - e la situazione potrebbe diventare ancora più grave con l’arrivo di un nuovo El Niño.

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La soluzione non è semplice. Sicuramente non lo è ridurre i fondi destinati al Triangolo del Nord, o tutt’al più utilizzarli per controllare le frontiere e rispedire i clandestini. Le migrazioni sono una dimensione della globalizzazione, anzi forse la sola che continuerà ad aumentare negli anni a venire, anche se altre come il commercio e gli investimenti rallentano. Inesorabilmente, ma non solo, se si lottasse seriamente contro il global warming sarebbero meno le persone indotte a lasciare il proprio Paese. Per questo dare le spalle all’Accordo di Parigi e/o non prendere sul serio gli impegni è un’altra strategia sbagliatissima. Molto meglio sviluppare politiche coerenti tra di loro, per esempio tra agricoltura, ambiente e commercio, e metterle in atto collettivamente e con il contributo di tutti, anche del settore privato.

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È quello che sta facendo un leader di appena 37 anni (oggi, auguri!), che comunica soprattutto via Twitter e ha ricevuto il Segretario di Stato Mike Pompeo con la camicia sbottonata e un vistoso fazzoletto rosso nel taschino. Non sorprende che Nayib Bukele, presidente del Salvador eletto a sorpresa in primavera dopo una campagna condotta soprattutto sui social, sia considerato il Macron del Triangolo del Nord. E che ha il coraggio di dire che il problema inizia in casa propria, da dove partono i migranti. Ed è proprio perché lo afferma con autorevolezza e sincerità che rinvia i ben più potenti vicini del Nord alle proprie responsabilità , soprattutto per il riscaldamento globale.

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