Dal romanzo di Saviano al film di Giovannesi

Colpisce «La paranza dei bambini», unico italiano in concorso a Berlino

di Andrea Chimento


3' di lettura

Al Festival di Berlino è arrivato il giorno de «La paranza dei bambini» di Claudio Giovannesi, unico film italiano a competere quest'anno per l'Orso d'oro.

Tratto dal romanzo di Roberto Saviano, che ha anche partecipato alla sceneggiatura, è un racconto di (mala)formazione con protagonisti diversi ragazzini di Napoli, che vedono nella criminalità l'unica chance di fare qualcosa nella vita.

Quello che potrebbe apparire come un film simile a tanti altri sullo stesso tema, è in realtà un lungometraggio diverso che, come hanno sottolineato gli stessi Giovannesi e Saviano, vuole dare a Napoli una dimensione universale, raccontando non soltanto la città partenopea (di cui si mostra prevalentemente il centro e non le periferie, a differenza di altri prodotti dagli argomenti simili) ma soprattutto il mondo degli adolescenti, disposti a tutto pur di avere popolarità nella vita, nell’amore e sui social network.

I modelli di riferimento, svelati dallo stesso regista, sono Rossellini (in particolare «Germania anno zero») e Rosi, ma anche film americani degli anni '80 con protagonisti degli adolescenti, come «Stand By Me» e «I Goonies».

Il risultato è una commistione molto interessante, un bel film (che è anche una delle uscite principali di questa settimana nelle nostre sale) sulla perdita dell'innocenza, dove l'incisiva fotografia di Daniele Ciprì dà forza all'intero apparato estetico della pellicola. Sono numerose le sequenze che colpiscono, a partire dall'incipit fino alla toccante conclusione, con cui Giovannesi (già regista di un altro film importante come «Fiore») conferma di avere uno sguardo essenziale e privo di retorica, volto a indagare l'emotività dei suoi personaggi.

Notevole anche il lavoro di casting visti gli ottimi risultati a cui sono arrivati i giovanissimi interpreti, a partire dal sorprendente protagonista Francesco Di Napoli.

Da segnalare inoltre come Roberto Saviano abbia sottolineato in conferenza stampa quanto questa vicenda sia ispirata a storie reali, situazioni sempre più tragiche in cui, per citare una sua stessa metafora, la pistola si trasforma per i ragazzi in una sorta di lampada di Aladino: la strofini per ottenere quello che vuoi, ricchezza e potere in primis, ma il prezzo da pagare è sempre drammaticamente alto.

Lontano dai riflettori del concorso, il cinema italiano si fa anche notare positivamente nella sezione Panorama, dove è stato presentato «Dafne» di Federico Bondi.

Un’immagine da Dafne

Al centro della trama c'è una ragazza affetta dalla sindrome di Down, la cui vita cambia improvvisamente con la morte della madre. Dafne e suo padre dovranno così elaborare il lutto e provare a ricostruire il loro rapporto dopo una perdita tanto dolorosa.

È un film semplice ma dal grande cuore questo piccolo lungometraggio dal tocco delicato, che più che raccontare la sindrome di Down è incentrato sul tema dei rapporti famigliari e di ciò che ruota attorno alla vita della protagonista. Bondi scava a fondo nella psicologia del personaggio principale, una trentenne combattiva ed esuberante, facendosi aiutare dall'attrice Carolina Raspanti. Padre e figlia durante la pellicola intraprendono un viaggio, che è lo stesso viaggio che facciamo noi spettatori, pronti a entrare pienamente in questo lungometraggio che riesce a coinvolgere nel modo giusto. Sul finale il film arriva un po' col fiato corto, anche perché le suggestioni migliori sono nella prima parte, ma sono limiti di poco conto per un'opera che riesce a far bene il suo dovere.

Tornando, invece, al concorso, non emoziona il nuovo film del regista turco Emin Alper, «A Tale of Three Sisters». Le tre sorelle del titolo vivono con il padre in un remoto villaggio e, a turno, vengono mandate in città per lavorare come domestiche nella speranza di costruirsi un futuro migliore.

Un’immagine di A Tale of Three Sisters

Troppo statico nel ritmo, «A Tale of Three Sisters» non riesce ad appassionare e genera più sbadigli che riflessioni degne di nota. Alper ha mano discreta, e alcune sequenze sono visivamente ben studiate, ma il disegno d'insieme è troppo debole per poter convincere come avrebbe voluto. Alcuni momenti più poetici e riusciti vengono seguiti da altri del tutto superficiali e banali, tanto che si ha la sensazione che anche il regista non avesse le idee ben chiare quando ha pensato a come costruire il suo lavoro.

Esiti altrettanto deludenti sono quelli raggiunti dal tedesco «I Was at Home, But…» di Angela Schanelec, film che si è preso anche qualche fischio al termine della proiezione per la stampa. Presentato anch'esso in concorso, si apre con la riapparizione improvvisa di un ragazzino scomparso da casa senza lasciare traccia per una settimana. Più che focalizzarsi su questa vicenda e provare a capire cos'è successo, il film segue altri personaggi e si interroga su diverse questioni esistenziali, che lasciano però più interdetti che affascinati. Angela Schanelec ha voluto fare un lungometraggio ostico e complicato, ma non è minimamente riuscita a lanciare spunti suggestivi e i suoi sforzi finiscono nel semplice esercizio di stile.

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