la testimonianza

L’ambasciatore Usa in Ucraina conferma le accuse a Trump

Nella sua testimonianza a porte chiuse alla Camera, l’ambasciatore in Ucraina William Taylor smentisce il presidente, raccontando come Trump legò la concessione di aiuti militari all’Ucraina alla richiesta di avviare delle indagini sui suoi rivali politici tra cui il figlio di Joe Biden


Trump non coopera, è guerra totale sull’impeachment

2' di lettura

L'ambasciatore americano in Ucraina, William Taylor, ha detto alla Camera che Donald Trump legò la concessione di aiuti militari all'Ucraina alla richiesta di avviare delle indagini sui suoi rivali politici.

Una versione sempre negata dal presidente. Nel corso della testimonianza a porte chiuse Taylor ha anche raccontato che Trump rifiutò di incontrare alla Casa Bianca il leader ucraino finché questi non fosse stato d’accordo sulle richieste di indagare sul figlio di Joe Biden e sui democratici Usa per le elezioni del 2016.

Una «campagna coordinata da parte della sinistra e di burocratici non eletti» contro Donald Trump. Così la casa Bianca ha commentato l'audizione dell'ambasciatore americano in Ucraina.

«L’indagine per l’impeachment è un linciaggio contro di me», è il commento di Trump, che lancia l’ennesima bordata di tweet attaccando i democratici e rinnovando l’appello ai repubblicani a mantenere unito il fronte a difesa del presidente. Ma stavolta si spinge oltre, e paragona la sua situazione a quella delle vittime di una delle pagine più buie della storia americana. Una lunga scia di sangue causata da un razzismo brutale e violento di cui, ancora alla fine degli anni '60, fecero le spese migliaia di afroamericani barbaramente uccisi.

Così bastano pochi minuti e sulle parole incaute del presidente si scatena l’ennesima bufera. Mentre poche ore più tardi cade un altro caposaldo della difesa di Trump.

Intanto l'indignazione della comunità dei neri d'America invade i social, le tv, e scuote il Congresso, dove si parla di «paragone scandaloso» e di «ignoranza della storia» da parte del presidente per aver parlato di «linciaggio». I democratici accusano Trump di essere ricorso a un confronto «vergognoso», ma anche molti responsabili repubblicani prendono le distanze dalla nuova sparata di un tycoon sempre più fuori controllo. «Parole del tutto inappropriate», sentenzia il numero due del partito al Senato, John Thune.

Insomma, oltre all'imbarazzo per la Casa Bianca, il fronte degli alleati politici del presidente viene nuovamente messo a dura prova dallo stesso tycoon, in un momento delicatissimo dove la tenuta della maggioranza repubblicana in Senato appare in bilico in vista del sempre più probabile processo al presidente. Col caso Siria che sta diventando un boomerang per Trump, e lo stesso leader della maggioranza in Senato, Mitch McConell, che chiede lo stop del ritiro delle truppe Usa dal Paese.

Nel frattempo dalle testimonianze in Congresso emergono sempre più nuovi sviluppi sull’Ucrainagate, tanto che sfuma l’obiettivo dei democratici di votare alla Camera entro la fine di novembre: troppo lavoro ancora da fare. Dal racconto di George Kent, sottosegretario al Dipartimento di stato responsabile per l’Ucraina, è emerso come Trump sia stato influenzato non solo da Vladimir Putin ma anche dal premier ungherese Viktor Orban. Entrambi, il primo in una telefonata dello scorso 3 maggio, il secondo in visita alla Casa Bianca il 13 maggio, convinsero il tycoon che davvero Kiev avesse tentato di minare la sua corsa alla presidenza nel 2016. «Gli ucraini sono gente terribile, corrotta, hanno provato a farmi fuori», avrebbe detto Trump il 23 maggio ai suoi uomini di ritorno dalla cerimonia di insediamento del nuovo presidente ucraino Volodymir Zelensky.

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