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Colture tipiche liguri, i piani di salvataggio elaborati a Torino

In azione i fitopatologi dell'Università guidati da Angelo Garibaldi

di Filomena Greco

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In azione i fitopatologi dell'Università guidati da Angelo Garibaldi


3' di lettura

È una storia lunga almeno quarant’anni quella che lega i produttori di basilico della Liguria e il lavoro dei fitopatologi di Agrinnova e dell’Università di Torino. Una collaborazione che nasce negli anni Settanta con il lavoro di Angelo Garibaldi, ligure di nascita, storico professore emerito di Patologia vegetale all’Università di Torino e oggi presidente di Agrinnova, il Centro di competenza per l’Innovazione in campo Agro-ambientale guidato da Lodovica Gullino.

Risale agli anni Settanta-Ottanta l’attacco alle colture di basilico da parte di Rhizoctonia solani , un fungo che viveva nel terreno, responsabile di una malattia che faceva marcire il gambo della pianta. Più tardi è stata la volta del Fusarium oxysporum, agente della tracheofusariosi, mentre il nemico numero uno delle colture di basilico, la peronospora, ha fatto capolino nel 2002. La prima segnalazione è arrivata dalla Svizzera, poi il passaggio in Italia. In quegli anni i coltivatori chiamavano la malattia l’Aids del basilico, una minaccia pesante, che ha messo a rischio la produzione italiana: una patologia difficile da diagnosticare sul terreno, che si manifestava a poche ore dalla raccolta rendendo le foglie praticamente inutilizzabili.

«Quella del basilico è una coltura con una doppia valenza - spiega Lodovica Gullino - da un lato un valore economico importante nell’agricoltura italiana, dall’altro si tratta di una pianta che rappresenta un test formidabile, perché suscettibile a molte malattie e veloce nella risposta alle diverse sollecitazioni». Una sorta di topolino da laboratorio su cui i fitopatologi guidati da Angelo Garibaldi in questi anni hanno esercitato le loro capacità di affinare e mettere a punto trattamenti mirati. A cominciare dai semi.

La guerra alla peronospora del basilico oggi è una guerra di posizione, che si combatte prevalentemente su tre diversi terreni, grazie all’approccio messo a punto dagli esperti di Torino: in primis l’utilizzo strumenti per la diagnosi e lo screening rapido, poi l’attenzione al trattamento dei semi per liberarli da eventuali patogeni e infine gli interventi sul terreno. Proprio quest’ultimo rappresenta l’ambito più delicato viste le caratteristiche della pianta. «Il basilico - spiega Gullino - è una pianta delicata, difficile da trattare con i classici fungicidi per le caratteristiche della raccolta, ripetuta più volte sulla stessa coltura e con brevi gli intervalli di tempo che non permettono di mantenere bassi i residui di agenti chimici sul prodotto. Questo ci ha spinti a sperimentare interventi sostenibili, come la lotta biologica, che puntano soprattutto a rafforzare la resistenza delle piante rispetto all’attacco degli agenti patogeni».

In agricoltura la globalizzazione non ha aiutato. Anzi. La produzione di semi si è spostata verso i paesi del Sud del mondo e questo ha favorito negli anni la diffusione di patogeni presenti nei semi in vaste aree geografiche, in maniera molto veloce. È successo anche al basilico, i cui semi contaminati hanno provocato la diffusione della Peronospora prima in Europa e poi in California. Si tratta dunque di una lotta aperta, «contro un patogeno difficile da combattere, che resta ancora pericoloso per le colture di basilico ma con il quale si riesce a convivere abbastanza bene, grazie agli strumenti sviluppati in questi anni» sottolinea Gullino.

Dall’impegno a tutela del benessere delle colture di basilico i fitopatologi hanno imparato molto soprattutto su due fronti: la messa a punto di strumenti per effettuare screening molto veloci sulle colture e la capacità di affiancare all’uso tradizionale di sostanze chimiche, strumenti più sostenibili e attenti ad un approccio biologico.

Una cosa però è certa, nessuna varietà ha mai preso il posto del tradizionale basilico di Genova a foglia larga. «In questi anni – spiega Gullino – non sono emerse varietà resistenti alla peronospora, inoltre i consumatori sono abituati e affezionati al gusto del pesto genovese anche se siamo riusciti a lavorare su una varietà che si chiama Eleonora, molto simile alla pianta tradizionale ma più resistente agli attacchi del patogeno».

Passione e scienza dunque al servizio di quella che formalmente è una coltura minore, in relazione ad esempio alle superfici occupate da cereali o grano. «Per certi versi il basilico è un prodotto di nicchia – spiega Gullino – per superfice coltivata e consumi e questo aspetto può limitare ad esempio la possibilità di sperimentazione e messa a punto di prodotti e funghicidi da utilizzare sul campo. Quando c’è stato l’allarme peronospora abbiamo chiesto, come esperti, di allargare la sperimentazione di alcune tipologie di prodotto per l’insalata anche sul basilico. In quel caso sono stati gli stessi produttori di basilico a finanziare la ricerca».

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